Tutte le maestre attendono con trepidazione il ponte di carnevale, per avere qualche giorno di relax sognando di trascorrerlo sulle piste da sci, in qualche città d’arte o a farsi coccolare alle terme.

Anche noi volevamo concederci un piccolo viaggio per il ponte di Carnevale, ma mentre molti scelgono la Sardegna come meta estiva, fatta di sole e spiagge affollate, noi abbiamo deciso di darle una possibilità diversa e andare fuori stagione, lontana dalle immagini da cartolina.

E si, è stata una buona scelta.

Abbiamo deciso di fermarci a Cagliari, non a caso: mio marito viene spesso in Sardegna per lavoro e conosce un po’ la città, per lo meno le zone principali. Era, tra l’altro, da molto che volevo visitarla, perchè in molti mi avevano lodato i suoi molti scorci storici e la sua atmosfera accogliente.

E’ una città di porto, prima di tutto, e quindi come Trieste e Genova non potevo non amarla. Quelle belle banchine pulite, che si affacciano sul mare, anche se i lavori in previsione dell’estate le rendevano poco accessibili, sembrano capaci di accogliere contemporaneamente sia i lavoratori che i turisti che arriveranno in Estate. Poco al largo si vedono grandi Navi cargo e traghetti per il collegamento con la terraferma.

La città è un po’ trafficata ma ci si muove abbastanza bene. Iniziamo dal mercato. Memori della rilevanza storica e turistica dei mercati di Palermo, cerchiamo il mercato di San Benedetto, in centro a Cagliari. Ma presto scopriamo che qui è un mercato vero, per chi vuole far la spesa e al limite comprendere i prodotti tipici. Ma anche qui hanno tutti la genetica dei buoni venditori e riusciamo a fare due chiacchiere al bancone per acquistare della bottarga o per mangiare un panino. poi ci spostiamo verso il quartiere “Castello” che inizia esattamente dove il monumentale bastione di Sant Remy, terrazzato, ti offre una vista incredibile su tutta la città e nello stesso tempo ti fa accedere alla parte antica. Salendo da qui infatti, la città acquisisce le caratteristiche di un borgo medievale: bellissime porte di accesso alle mura fortificate, vicoli, case in pietra, cancelli antichi.

Non c’è posto, in Italia, che non ti offra una piccola vista sul suo passato gloriosamente disgregato.Ogni città era un universo a parte e si può respirare in mezzo alle pietre che si offrono per bianchi e neri decisamente suggestivi.

La Sardegna è arebeggiante in ogni suo scorcio. Come si può immaginare, un’isola così piena di risorse fu meta di molti popoli che navigavano nel Mediterraneo. Dai Fenici a Cartagine, i Romani fino all’impero bizantino e durante l’alto medioevo le repubbliche marinare e le incursioni Musulmane provenienti da Spagna e Nord Africa. Ognuno di questi popoli lasciò un segno nell’architettura dell’isola.

In particolare, al termine del periodo Bizantino, pur restando collegata politicamente a Bisanzio, e resistendo alle incursioni moresche, la Sardegna assunse una forma sempre più autonoma di governo.

I vicari e i prefetti di origine diocleziana si trasformarono in “iudex”. La forma del “Giudicato” è tipico della Sardegna e i sardi, a quanto pare, ne vanno molto orgogliosi. La cerimonia di instaurazione dello Iudex (su collectu), poggiava su un consiglio (corona de Logu), che rappresentava il consenso su cui i tre poteri venivano attribuiti al giudice o alla giudichessa (“rennare, potestare et imperare”).

E’ un momento storico importante, perchè dal giudicato di Arborea, con la Giudichessa Eleonora, ebbe origine una prima carta costituzionale, scritta in sardo, che fonda lo stato giudicale di diritto: la Carta De Logu. Siamo nel 1300: la Carta de Logu si riferiva con particolare attenzione alla gestione delle risorse: allevamento, agricoltura, norme civili e fu di ispirazione anche ai riformatori del regno sabaudo in epoca risorgimentale, quindi attraversò molti secoli.

Chiedo scusa per questa lunga digressione proprio nei secoli della storia moderna, ma la mia passione universitaria mi porta a curiosare proprio in questa epoca della nostra storia. Ma questo racconto mi serve anche per motivare una parte di questo articolo alla nostra giornata Oristanese, per vedere Sa Sartiglia. SIamo stati molto fortunati perchè una cara collega di mio marito, con famiglia e amici, ci ha guidati ad apprezzare l’atmosfera di questa grande festa e tradizione della città, altrimenti avremmo assistito un po’ passivamente e magari ingoiati dalla folla, che da tutta Italia viene per l’evento. Abbiamo dunque vissuto il “backstage”, con la preparazione dei cavalli e l’attesa della gara in scuderia. Le decorazioni di rosette di raso con i colori della squadra sono fatte a mano e i cavalli vengono preparati con una cura maniacale. Questa della domenica è la corsa che si tiene sotto il patrocinio del Gremio dei contadini, una sorta di corporazione, come le arti a Firenze.

Prima della giostra vera e propria, c’è una parata, annunciata da tamburini e trombettieri. Esiste tutta una tradizione anche nella vestizione del capo gara, che una volta in sella viene visto come una sorta di semi-dio, riti propiziatori vicino ai cavalli, con petali e granaglie, che richiamano prosperità e buon esito della gara. I cavalieri dovranno percorrere al galoppo la pista, tra le strade della città, con un lungo bastone, o la spada, e infilare una piccola stellina appesa sul percorso. Nella serata poi, i gruppi equestri, si esibiranno in figure di volteggio molto scenografiche e sinceramente, anche molto pericolose. E’ chiaro che i cavalli sono addestrati a questo tipo di eventi, ma il caos, il fondo di asfalto sotto la sabbia, le sollecitazioni di folla e trombe e rumori forti, sicuramente non giovano alla loro salute. Sebbene si tratti di qualche giorno, per questi purosangue anglo-arabi-sardi, sono giorni davvero stressanti. Nello stesso tempo però è stato molto bello assistere alle loro performances e al tenere viva questa tradizione con un pizzico di follia e tanta dedizione.

A parte la folla della Sartiglia, andare in Sardegna dì’inverno ci ha evitato le grandi masse di turismo balneare, e nonostante un clima ballerino, abbiamo goduto di paesaggi meravigliosi. Il mare è sempre spettacolare, ancora di più con il vento che lo scuote e lo sbatte sulla costa. Qui il vento è proprio vento. Non come quella brezzolina che io di solito temo, perchè fa spaventare Edddie, scuotendo il tendone dell’arena.

Una ragazza, che abbiamo incontrato in aeroporto, ci ha raccontanto che quando si trasferì da Oristano a Bologna, avvertiva la mancanza di qualcosa, ma non riusciva a comprendere cosa. ” Era il vento” ci ha spiegato sorridendo,.”Da noi il vento ti accompagna”, ha detto, sostenendo le parole con un gesto che diceva tutto: un accarezzarsi le guance con dolcezza.

La caccia ai fari, che mi ero organizzata scrupolosamente ha avuto buon esito solo dopo un po’ di tentativi. Le strade tutte allagate ci hanno fatto girare un po’ a vuoto, anche se in realtà ci hanno portati a vedere lagune e scorci popolati dagli onnipresenti fenicotteri rosa, anche con la fortuna dell’arcobaleno, fino a che siamo riusciti a salire al Faro di Sant’Elia, di proprietà della marina militare, tenuto benissimo e assolutamente pittoresco, al quale ho fatto un servizio fotografico di tutto rispetto. Buffa la sua vicinanza a una vecchia torretta di osservazione, quasi a contrapporre antico e moderno. I fari hanno un fascino particolare, sanno di fiera solitudine, di senso di sicurezza, di “prendersi cura” senza imporsi.

Il clima ballerino, ci ha accompagnati anche a Barumini, dove abbiamo visitato il comlesso archeologico di Su Nuraxi. E’ impressionante comprendere come quest’isola fosse già ampiamente abitata nel 1800 AC da popolazioni che vi erano giunte via mare, comunque secoli prima, e che si organizzavano in città fortificate e socialmente ben strutturate. Abbiamo fatto un tentativo anche a Iglesias, centro dalla storia mineraria molto imponente. Le miniere visitabili erano ancora chiuse per l’inverno ma il panorama e la passeggiata per giungere a Masua, che si affaccia sulla splendida spiaggia PandiZucchero, sono meravigliosi.

Il paesaggio, onestamente, è bello in qualsiasi punto. A tratti mi ricorda la Calabria nei mesi più verdi, prima che il caldo estivo renda brulle le colline. Con la differenza che qui ci sono sicuramente più pecore!

Queste poche tappe in Sardegna, che spero lasceranno spazio a un ritorno più estivo, mi hanno regalato paesaggi e panorami unici. Ma quello che rende davvero unica l’atmosfera di ogni meta, alla fine, sono le persone.

Spero sempre di riuscire a rendere, attraverso le immagini, l’atmosfera, più che i soggetti veri e propri, siano essi fari, mare, borghi o architetture. Ciò che compone il proprio ricordo di un viaggio, è dato soprattutto dalle sensazioni che hai provato, senza nemmeno focalizzarle. E spesso è il modo in cui ti senti accolto nelle piccole cose; sono i piccoli dettagli a farti sentire a casa.

Ogni luogo ha il suo mare, le sue strade, i suoi profumi, ma ciò che rende davvero unico un viaggio, sono le persone che lo abitano. La chiacchiera con il negoziante, le parole scambiate senza fretta in un bar, persone incontrate da poco che magari scopri affini e somiglianti a te o inaspettatamente diverse e interessanti.

Da qualsiasi viaggio, vicino o lontano, possono scaturire prospettive così diverse dalle nostre che ci costringono a cambiare punto di vista, oppure talmente famigliari da farci sorridere perchè parlare la stessa lingua non è poi così difficile.

E le immagini ne parlano una universale, quella che viene dal cuore di chi le scatta.