Non ne faccio una questione di scelte religiose o di rifiuto di una fede.

Guardando qualsiasi fenomeno in natura, dalla riproduzione dei più microscopici esseri viventi, al corpo umano, non si può pensare veramente che tutto sia stato posto qui o si sia originato da due individui con la foglia di fico sulle parti intime, che non erano nemmeno spaventati istintivamente da un serpente, per di più parlante.

La fede è ovviamente un’altra cosa, non sono qui a metterla in discussione. Si può credere che sia Dio, Buddha, Allah o i meccanismi naturali della vita a permettere che l’evoluzione avvenga, ma come si può negare?

E quello che è peggio sembra essere che chi crede fermamente nell’evoluzione venga tacciato di essere un freddo e triste scientista.

Di recente, questa fredda e triste scientista, ha provato un’emozione così forte da commuoversi davanti a delle fredde e “tristi” rocce. Sono stata a Frasassi.

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Non so spiegare esattamente quali elementi dell’ambiente che mi sono trovata di fronte mi hanno sconvolta. Forse è stata la grandezza della grotta principale, il racconto della scoperta anche relativamente recente, forse l’idea di come gli speleologi si siano sentiti a spiare nel buio e vedere quello che ora si può vedere sapientemente illuminato.

Quei pinnacoli, goccia dopo goccia, si sono formati in centinaia di migliaia di anni. Una stalagmite cresce (in media) di circa un decimo di millimetro ogni anno, ci hanno detto. Nella grotta principale ci sono formazioni di più di 30 metri. Un campanile di una piccola chiesa.

Il loro incontrare minerali diversi o formazioni di diverse consistenze e origini ha fatto sì che si differenziassero le forme. Una goccia colata giù per una parete per milioni di anni ha dato origini a un’opera d’arte impensabile. Quasi si fossero creati dei sipari per le rocce sottostanti.

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Ma ciò che veramente sconvolge, dopo aver ammirato queste meravigliose concrezioni, è scoprire che anche in quelle acque ricche di zolfo, c’è la vita.

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Un gamberetto minuscolo si è evoluto nei laghetti sotterranei di queste grotte. Un gamberetto depigmentato, che vive al buio e in acque decisamente improponibili ai suoi cugini dei torrenti appena fuori dalle grotte. Eppure c’è. L’amministrazione delle Grotte ha allestito una vasca dalla quale esce acqua sulfurea, per mostrare questa specie ai turisti in visita.

Il Niphargus frasassianus è dunque una specie endemica delle grotte. Se lo spostiamo fuori da lì anche di poco, non sopravvive o muta.

Questo fa riflettere. Fa riflettere su come gli organismi si perfezionino in base all’ambiente. Su come il patrimonio genetico sia in continua relazione con l’ambiente, su come gli stimoli mutevoli e molteplici dell’ambiente siano fondamentali per la sopravvivenza di ciò che è pre-scritto, immutabile e composto da poche “lettere”.

E a scherzarci su, di questi tempi, fa anche ben sperare. Anche in Italia ci sono specie che sopravvivono alle più impensabili condizioni di vita. Forse qualche speranza di sopravvivere alla politica odierna ce l’abbiamo.

 

Purtroppo a Frasassi non si può scattare, nemmeno senza Flash, così le foto che ci sono in questo post sono quelle del sito delle grotte, che si possono trovare in rete.

Qui sotto alcuni scatti dei dintorni e della bellissima città di Perugia, alcuni scorci delle colline Umbro-Marchigiane e del Lago Trasimeno.

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Monorotaia che permette di arrivare al centro storico di Perugia senza uso della macchina.
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Scorci di Perugia
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Panorama da Belvedere

 

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Colline imbiancate

 

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Lago Trasimeno