“Qual è il filo conduttore del tuo approccio artistico?” le chiese l’intervistatore della rivista ZOOM nell’aprile 1983.
“Lo humor credo. Mette l’uomo a confronto con il suo universo quotidiano e lo rovescia nell’angoscia del suo immaginario”.
E questo fa Sandy Skoglund: costrusice mondi.
Quando siamo piccoli l’ansia, il disagio di trovarsi soli e magari al buio della propria camera, lo stress del quotidiano, si chiamano babau, lupo mannaro, mostri, magari alieni e buffi interpreti di carte da gioco come pokemon o mostrilli vari. I bambini la sanno lunga sulla canalizzazione delle paure.
Ma gli adulti che fanno per sfogare le ansie e le insicurezze, oltre ad ammazzarsi in palestra o diventare verbalmente e fisicamente insopportabili ai loro simili? Non immaginano più perché è cosa da bambini.
Per fortuna che c’è l’arte a ricordarci che esistono dei mondi alternativi. E se li creo fisicamente non possono essere surreali, sono veri, si toccano.
La Skoglund, artista americana con la passione per quasi tutte le arti figurative, ci dà una via d’uscita per il leggendario litigio interiore, intimo e personale, tra immaginazione e realtà.
Impiegare mesi a costruire, è proprio il verbo giusto, un’immagine. Perché mai? Perché perdere tempo a cercare arredi, materiali, fare prove di posa, costruire abiti? Mesi e mesi di lavoro e lo scatto è solo un 250 di secondo.
Fin dalle primissime immagini, Sandy Skoglund, utilizza una commistione di artificiale e naturale, casalingo e esotico, Vero e finto. Il suo percorso la porta solo verso un approfondimento di questa caratteristica.
Sempre più presa dagli oggetti che intervengono in questi mondi immaginari, la Skoglund sperimenta nuovi materiali per ottenere combinazioni sempre più complesse e colorate.
Nel mondo in cui viviamo la natura che tocchiamo e sentiamo è fatta anche da tutto ciò che è artificiale, ciò che è creato dall’uomo. Anche l’uomo assume un aspetto quasi neutro poiché se la natura è artificiale, anche l’uomo è natura.
“ La fotografia”, dice la Skoglund, “per certi versi è un mezzo di comunicazione nato già orfano”. La pittura ha cercato di distaccarsene prendendo le distanze e si è sempre cercato di accostarla a un reale che non è per niente suo. La fotografia ritrae la realtà che vogliamo che ritragga. E con questi espedienti la Skoglund ce lo ricorda attraverso una vera e propria iperbole.










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