Non so da dove cominciare a spiegare la mia passione per le città di porto. Non so da dove mi venga dato che nella mia famiglia nessuno ha mai fatto il marinaio, nessuno è mai stato a bordo nemmeno di un gommone. Qualche anno fa ho passato qualche giorno a Civitanova Marche e svegliarmi presto e passeggiare per il porto, con i pescherecci che scaricavano le reti, la gente che andava e veniva con i carretti e quell’odore di salsedine, mi faceva sentire davvero in paradiso.
E le mie zone, Comacchio, Chioggia, Venezia, d’inverno sono una sorta di paesaggio onirico, con la nebbia che arriva quasi sulla battigia e un silenzio favoloso.
Poi c’è la fantastica luce, che non è solo una questione fotografica, che si diffonde verso sera.
Così, andando a Genova, pensavo che ne sarei rimasta estasiata. Non è stato così. Più riguardo gli scatti che ho fatto, più non riesco a pensare se sono delusa dal fatto che mi aspettavo una città diversa o affascinata da alcuni scorci e situazioni che ho visto. Sicuramente non mi ha lasciata indifferente.
Il centro storico mi ha ricordato molto Torino, e non è certo una delle mie città preferite. La zona del porto ha l’odore dei treni di trenitalia, dove i furono vagoni fumatori, trasmettono ancora il loro smog dai sedili. Traffico tremendo, mescolato a gente da tutto il mondo su e giù per le strade. Ambulanti che letteralmente ti aggrediscono per metterti un braccialetto al polso. Insomma la ventata di Genova che mi ha travolta appena sono arrivata non mi ha coinvolta nè estasiata come credevo.
Contrariamente a quanto si pensa, l’acquario, il museo del mare e il gruppo di attrazioni che ci stanno intorno, sono più che calamite per il turismo. Posso dire che sono state la mia chiave di lettura per questa città.
Dopo la giornata passata dentro l’acquario e soprattutto al museo del mare, sono uscita con tutta un’altra ottica sulla città. E sul porto.
L’acquario è una struttura moderna, ma all’interno contiene le storie millenarie di specie animali e vegetali. Non è solo una mostra ittica. Non ci sono solo vasche destinate a stupire e a far rimanere i bambini con il naso all’insù mentre uno squalo gli nuota a 10 cm dalla testa.
Oltre a spiegare i vari ambienti dove questi conosciutissimi esemplari vivono, le didascalie spiegano perfettamente come si sono evoluti, da dove vengono e come il loro ambiente naturale sta cambiando, a volte per cause naturali e altre per colpa dell’uomo.
Inutile dire che sarebbe un posto dove rimanere per giornate intere.




Ma c’è una parte dell’acquario dedicata ai grandi esploratori e scienziati dei secoli passati.
Questa parte è quella che inevitabilmente ti porta a capire quanto la nostra sete di conoscenza ci renda anti-evoluzionistici! Alcuni uomini hanno affrontato il mare, con i suoi pericoli, i suoi misteri, le sue prove per poter semplicemente finire su isole sconosciute a catalogare insetti o serpenti o piante carnivore.
Erano veramente consapevoli di ciò che li aspettava durante i viaggi?
Comprendevano l’importanza futura delle loro ricerche? Era solo la gloria dei posteri a portarli ad affrontare acque sconosciute e anche popoli diversi? E in che condizioni si muovevano sui mari?
Solo proseguendo la visita a GALATA, museo del mare, si comprendono alcuni punti di vista.
Le nostre conoscenze geografiche, la tecnologia che ci accompagna in mare, lo spirito di scoperta, l’etologia, la scienza, l’astronomia, perfino i nostri alimenti e i nostri vestiti sono cambiati nei secoli e sono migliorati, grazie alle scoperte fatte in quelle epoche di sconsiderati viaggiatori, che sia pure per la gloria e per il guadagno che poteva dare la stampa delle loro memorie, hanno affrontato lunghissimi periodi a bordo di vascelli puzzolenti e insalubri.
Chi era lontano riusciva a scrivere a casa preoccupandosi della sorte della famiglia.
Messa davanti a questa lettera di Cristoforo Colombo e alle ricostruzioni delle navi, acquisisci una consapevolezza dei disagi e delle sfumature che i libri di storia non ti danno.

Io sarò anche una ingenua sentimentalista, ma vedere alcune ricostruzioni mi ha commossa. Come si può dire che la scienza sia noiosa, dopo tutto quello che si è affrontato nei secoli per arrivare a ciò che abbiamo ora?
Ecco, i quattro piani del museo del mare avrei dovuto farli un giorno diverso per ciascuno. Contengono tantissimi piccoli gioelli della storia di Genova, dell’Italia, degli italiani che viaggiavano, nei secoli, per scoprire, esplorare, ma anche ricominciare e costruire nuove vite oltreoceano.
Uscendo, sul porto di Genova, dopo queste visite, vedo un’altra città.
I vicoli pieni di tavernette rustiche, con le tovaglie a quadroni rossi, dove si serve un cibo unico sui pochi coperti delle piccole tavole, danno l’idea di una città nascosta sotto i campanili e le facciate degli edifici.

Il porto è vivo, con le luci delle navi che arrivano e ripartono nelle varie darsene. La città porta con sè la sua storia, che sia quella antica, fatta di gente di mare, o quella moderna, fatta di turisti curiosi, viaggiatori spiantati, lavoratori instancabili.




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