La frontiera, nella letteratura Americana, non è mai solo una questione di geografia. E’ uno spazio in cui le cose si riducono all’essenziale, così come il linguaggio che serve a raccontarle, e proprio per questo sembrano più vere, reali, crude.

La mia passione per questo tipo di racconti è iniziata tanti anni fa forse perché mi catturò il fatto che nella maggior parte di questi libri il potere evocativo del linguaggio, seppure semplice e immediato, è molto simile a quello di un’immagine, o forse semplicemente perché quelle atmosfere ti avvolgono, e non ti lasciano andare mai più.

Iniziò tutto con Cormac McCarthy. Con la sua trilogia della frontiera. Si tratta di tre libri che ti incantano con i loro paesaggi, le loro riflessioni, le descrizioni, che forse poco hanno del contesto naturale ma vanno invece giù, nel profondo. “Cavalli selvaggi”,” Oltre il confine” e “Città della pianura”, sono libri che non si dimenticano.

Finiti quelli hai ancora sete. Quindi esplori la rete cercando recensioni e suggerimenti. Qui trovai il suggerimenteo di lettura per A. B. Guthrie jr, con ls sua opera monumentale formata da “Il grande Cielo” , sicuramente il più conosciuto anche perché trasposto in film western, e “Il sentiero del West” e infine “Queste Mille Colline”. Questo autore vinse il Pulitzer nel 1946 con il primo dei romanzi di questa trilogia. Non mancano tutti gli elementi western che ci aspettiamo, dal grande viaggio, all’amore, l’amicizia, i cavalli gli indiani, la cruda vita della frontiera, i cacciatori di pellicce, le difficoltà negli spostamenti, gli inverni rigidi e le importanti scelte di vita di cowboys che vengono travolti dalla frontiera selvaggia. Qui la poesia sta nella grandezza. L’uomo, può fare poco, contro la natura, se non trova il modo di accettarne l’ineluttabilità. Nei libri di Guthrie sono rari i personaggi che non vengono travolti dal selvaggio modo di vivere e dalla frontiera stessa. E hanno tutti comunque un profilo psicologico molto complesso.

È un tema che emerge anche nel meraviglioso romanzo di Andrea B. Nardi, un autore tutto italiano. Tuttavia, come saggista e grande traduttore, ha vissuto anche l’esperienza di una frontiera moderna. Il romanzo “Non c’è ombra in South Dakota” racconta di personaggi schiacciati dalla natura, fino a quando non accettano che è proprio la Natura la sorte che hanno scelto di sfidare. Le loro vicende si svolgono in paesaggi intensi e ostili — cavallette, aridità, inverni rigidi, la solitudine delle grandi distanze, indiani predatori — e sopravvivono solo se si arrendono a questi ritmi implacabili, accettando di esserne in balia; altrimenti la depressione li sopraffà e li porta via.

La storia più bella per me rimane tuttavia Lonsome Dove, con i suoi prequel e sequel che ne fanno un’opera monumentale. Larry McMurtry ricevette il Pulitzer nel 1986 per questo romanzo di frontiera, che più di frontiera non si può.

Nel racconto c’è tutto quello che ci si aspetta da una romanzo western. I due personaggi principali, che all’inizio sembrano due vecchi sempliciotti, stanchi e troppo attaccati alle vicende del loro passato da rangers, ti accolgono piano piano nel loro mondo, mostrando lentamente le loro fragilità e anche la loro enorme forza. Non si può rimanere distaccati e il lettore finirà con l’amarli pazzamente entrambi. Augustus Mc Crae e Woodrow Call diventeranno due nomi rilevanti in quella parte della nostra memoria dove conserviamo i personaggi di fantasia che ci hanno fatto amare le loro avventure. Anche perché poi leggendo il sequel “Streets of Laredo” e i due prequel “Il cammino del morto” e “Luna Comanche”, tutti editi successivamente, li conosciamo e apprezziamo ancora più profondamente. In Lonesome Dove (erroneamente tradotto con “volo di colombe” ma altro non è che il nome di un luogo) Gus e Call decidono di trasferire il loro piccolo e ormai arido ranch dal Texas al Montana, con tutta la mandria (parzialmente rubata e riscattata da altrettante ruberie dei messicani oltre i confini). La storia, tra l’altro è scritta sulla falsa riga di un’avventura realmente successa e documentata, dove Charles Goodnight, insieme al suo socio Oliver Loving, condusse una mandria in Colorado, partendo dal Texas, su quello che poi fu battezzato il ” Goodnight-Loving trail”.

Durante il viaggio, il gruppo di cowboys incontrerà tutti quei brutali elementi di cui si parlava poco sopra: La natura che si scaglia sul passaggio del gruppo con tempeste di sabbia, settimane di sole cocente, piene incontrollabili di fiumi impossibili da guadare, animali pericolosi, uomini pericolosi che sono un mix di anime della frontiera. Fuorilegge senza scrupoli, indiani in cerca di vendetta, donne vittime di questo stile di vita e donne che lo dominiano, persone malinconiche vittime della solitudine dei grandi spazi, una forma di depressione molto diffusa tra i coloni. La violenza, sia della natura, che dell’uomo, potrebbe sembrare il leit motiv del libro. Ma non è così. E’ forse la frontiera il vero filo conduttore. Lo spirito di conquista, la voglia di proseguire lungo quei sentieri inesplorati e selvaggi, solo allo scopo di stabilire il proprio “esserci” di fronte a tutti questi eventi incontrollabili. E Gus E Call non sono altre che due grandi pilastri di questo spirito che ha permesso la conquista del West.

Resta però un altro grande protagonista: il paesaggio.La natura è descritta sempre con semplice schiettezza, senza risentimento per le difficoltà che pone, e ha la parte principale in questo romanzo. E’ lei che rende l’uomo selvaggio, incontrollabile, nel bene e nel male. Non sono grandi descrizioni a comporre il panorama ma lo spazio emerge attraverso un’attenta narrazione degli eventi. Sono i racconti delle vicende a costruire il contesto, tramite un linguaggio sì descrittivo, ma anche anche asciutto e volutamente essenziale; tanto essenziale che in alcuni punti la traduzione omette l’uso del congiuntivo (In “Il cammino del Morto” in particolare) per renderne la forma rozza. Sebbene molte situazioni, nel racconto, siano letteralmente “brutali”, il lettore entra nell’atmosfera piano piano, anche attraverso piccoli espedienti ironici che catturano inevitabilmente i paradossi delle situazioni drammatiche e buffe allo stesso tempo (mi è rimasto impresso il nome che Gus dà alla sua cavalla che più volte ha cercato di ucciderlo mentre veniva domata:”hell’sBitch”). Sembra procedere con lentezza e quasi noiosamente, nei primi capitoli, rotolando come un cespuglio di chapparral nel deserto, ma poi ci si accorge di essere stati catturati da Lonesome Dove. Ed è proprio questo che succede.

Man mano che ci si immerge nelle storie dei personaggi e nelle vicende della carovana in movimento con la mandria, tra speranze intrecciate e ostacoli da superare, si viene inevitabilmente avvolti da uno dei romanzi più straordinari della letteratura americana.

Personalmente, per me è stato veramente difficile tenere un ritmo coerente nella lettura. Alternavo momenti di fagocitazione delle pagine, nella speranza di capire cosa stava per succedere, a momenti in cui mi centellinavo le parole, nella consapevolezza che una volta terminato il libro , mi sarei sentita orfana e incapace di trovare una lettura all’altezza. E onestamente così è stato. Niente mi ha commossa, coinvolta, fatta ridere, tenuta in ansia, fatto riflettere quanto questi quattro meravigliosi libri.

Fortunatamente MC Murtry ha scritto moltissimo, e in molte sue opere si ritrova quell’atmosfera unica e quella scrittura asciutta e realistica. Se si è appassionati dell’opera di McCarthy, la quadrilogia di MacMurtry offre sicuramente un’affinità interessante, poiché riporta il lettore in ambientazioni simili. Tuttavia, mentre McCarthy si esprime in modo più filosofico e riflessivo, MacMurtry lo fa con uno stile più diretto e un’ironia più tagliente.

Leggere MacMurtry, e più in generale l’intera letteratura di frontiera, significa immergersi in un mondo lontano e spietato, che non concede sconti ma che proprio per questo lascia un’impronta indelebile. Nei suoi vasti paesaggi e nella sua asprezza, la frontiera continua a parlarci, narrandoci storie di perdita, di resistenza e della nostra essenza più profonda. E lo fa con una straordinaria, drammatica e pittoresca ironia.

“I’m glad i’ve been wrong enough to keep in practice. You can’t avoid it, you’ve got to handle it. If you only come face to face with your own mistakes once ore twice in life, it’s bopund to be extra painful. I face mine every day. That way they ain’t usually much worse then a dry shave” Gus Mc Crae, LONESOME DOVE