Eh si, ancora non ho dedicato due righe alla mia patria adottiva, la Calabria.
Lo faccio subito, con queste foto.

Ho fotografato in diverse condizioni di luce ma, eresia delle eresie, prima di quest’estate non mi ero mai alzata all’alba per fotografare questo magico momento.
Se già mi ero innamorata a prima vista del mare Calabrese, fin dalla prima estate che ho strascorso a fare snorkelling tra le cozzarelle sepolte sotto la sabbia, adesso visto così non poteva non lasciarmi un senso di stupore più profondo che mai.

In questo paese, che ha qualcosa di sfacciatamente antico, quasi fuori dal tempo, la spiaggia non è altro che un prolungamento di una piazza di paese. Non ci sono stabilimenti balneari, né grandi scivoli con maree di gente per ferragosto.

Ci sono gli ombrelloni della gente, piantati lì ad aprile e tolti a settembre, a volte risistemati dopo un temporale se il mare non se li porta proprio via.
Se cammini molto oltre le case rischi di trovare un toro incazzato che fa la guardia a un misto di pecore e mucche che si sono allontanate troppo dalle sterpaglie finendo sulla spiaggia.
A pochi metri dalla battigia qualche barca dei vicini di casa, che però si alzano presto e vanno a pesca, per tornare in piena mattinata con i trofei da mostrare ai bambini che hanno popolato la spiaggia senza troppi gonfiabili.

Mi alzo alle 5 e zia Franca è già in piedi. Mi accompagna volentieri: in tanti anni che si sveglia presto e passeggia sulla battigia non si è mai alzata COSI’ presto.
Mi chiedo se riuscirò a regalarle un po’ di relax in questo periodo particolarmente duro.
Attraversiamo quei 50 metri che ci dividono dalla spiaggia in silenzio, nemmeno i venditori ambulanti che gridano “cozza, vungola, suricia…” si sono ancora alzati.
Il sole ancora non è sorto, ma manca poco. Sulla spiaggia non ci sono impronte, le nostre sono le prime.


Ho portato l’ipod ma per il momento mi occupo della macchina fotografica, pasticciona come sono rischio di riempirla di sabbia. Mi pento di non aver portato il cavalletto, il mare è leggermente mosso e l’idea di dare quel senso di vellutato all’acqua mi alletta, ci provo lo stesso, appoggiando tutto allo zaino.


Sulla spiaggia tutto sembra abbandonato. Ed effettivamente facendo due passi trovo una vecchia sedia lasciata lì da qualche vecchietto che forse ha appuntamento con la sua tintarella mattutina, ma ora è in attesa. Sembra un pezzo abbandonato da qualcuno che aveva fretta di buttarsi in acqua.
E ce l’ho anch’io.


Faccio ancora qualche scatto, il colore del cielo, dell’acqua e della sabbia è troppo allettante per non cercare di imprigionarlo nel sensore.
Ma è dal momento in cui decido di appoggiare la macchina che le mie foto si materializzano. Fare il bagno con l’acqua calda, in quel piccolo paradiso personale, uscire e sedersi a fare niente ascoltando la tua musica preferita, guardare il colore dei riflessi sulla sabbia cambiare di minuto in minuto è qualcosa che nessuna foto può spiegare.

Ci si sente fortunati a poter imprigionare anche solo con una pessima immagine il ricordo di quella sensazione di fortunata solitudine.
Perchè si, la solitudine non è sempre negativa.


A volte il sano silenzio, la pura osservazione e la voglia di non pensare ad altro se non alla sensazione dell’acqua sulla pelle aiutano veramente a vedere le cose da una prospettiva diversa.


Guardo zia Franca che esce dall’acqua sorridendo “ohi mammamia, mai fatto nu bagno così bello!” .

E ora la mia solitudine non è solo fortunata, ma felicemente condivisa.