Quest’estate, al mare, avevo capito che l’alba offre luci completamente diverse dal resto del giorno.

Ma è dura svegliarsi alle 4, soprattutto in un periodo nel quale trasloco, lavoro, impegni vari non ti danno tregua e sogni di avere due ore in più per affondare la faccia nel cuscino.

Avevo bisogno di focalizzare e decidere che orientamento dare al mio lavoro per un tema che mi è stato assegnato poco tempo fa “cerca di portare il Delta del Po come lo vedi tu”.

Fosse facile.

Il mio ricordo più antico di come vedo il delta risale a quando, più di una 20ina di anni fa, mio padre e mia madre mi ci portavano per la classica gita domenicale con la 131 a metano. Ma da allora solo una cosa non è cambiata nel mio modo di vedere quel territorio, così vicino a casa ma nello stesso tempo anche così diverso dalla campagna ordinaria che circonda Rovigo: l’effetto rilassante e ricaricante che aveva su di me.

In fin dei conti non c’è nulla, ma proprio nulla: solo acqua, terra e cielo. Qualche bestiola pregiata che i birdwatcher aspettano nelle torrette camuffate dalla vegetazione (e non solo…) con pazienza e… barche. Ma non barche di lusso con tutti i comfort della pesca sportiva: barchette scolorite, arrugginite, che trascinano reti stra-usate e sfoggiano flaconi di detersivo vuoti come galleggianti.

Eppure ogni volta che ci vado, anche solo per farmi un giretto o a mangiare il pesce, l’effetto è lo stesso. L’aria salmastra ti entra dentro e il paesaggio ti conquista.

Le linee orizzontali delle isolette in mezzo alle valli da pesca hanno una geometria tutta loro, come i riflessi dei pali da attracco nell’acqua bassa.

Le file di mitili appesi alle rastrelliere in mezzo all’acqua, la loro prospettiva e il riflesso sull’acqua, il modo in cui il vento piega i fiori di colza nei campi sotto gli argini della sacca, perfino la centrale di polesine camerini che emerge nella nebbia all’orizzonte ha il suo fascino.

Ma come renderlo con delle foto? Per me non è tanto il fatto di passare il messaggio di “rilassante desolazione” ad essere difficile, quanto il fatto che ormai il Delta l’ho metabolizzato, è quasi scontato per me. Quali sono gli elementi che mi danno queste sensazioni, ma soprattutto che possono darle agli altri, che osservano le foto?

Ci provo, facendo il classico giro della Sacca di Scardovari, in compagnia di mio padre che porta con sè anche gli occhi da pescatore di un tempo… ma il risultato è pessimo. Foto-cartoline. Paesaggi classici. Nessun elemento contestualizzante e colori scarsamente decisivi. Non vanno bene nemmeno per brochure, onestamente, figuriamoci per un’esposizione.

Cosa non funziona?

Più di una cosa probabilmente. C’è caldo, sono stanca e mettersi a fotografare dopo pranzo, con la luce pessima del primo pomeriggio non pare una buona idea. Le prime giornate di sole hanno attirato parecchi motociclisti e gitanti della domenica: il delta è ancora piuttosto desolato, fai chilometri prima di incrociare una macchina, ma nell’oasi di ca’mello, nel completo silenzio, si sentono in lontananza rombi di motori e radio di macchine misti ai gorgoglii di strani uccelli vicino alle chiuse. Comitive in bicicletta attraversano gli argini e per essere un posto che voglio ritrarre desolato è anche troppo affollato. La radio propina partite di calcio e trovo insopportabile il chiacchierio del cronista. Infine il mio mirino, lo specchio e probabilmente anche il sensore, sono talmente sporchi che si prospetta una post produzione paurosa.

Insomma non sono affatto contenta del risultato. Ma che fare?

La mia salvezza si prospetta come al solito il giovedì sera: serata fotoclub. Si sta preparando il grande incontro annuale in collaborazione con l’ente Parco-Delta, il nostro gruppo farà da guida a tutti i visitatori-fotografi che ci raggiungeranno nel territorio del Delta del Po, così si progettano itinerari e tempi per non lasciar nulla al caso.

Qualcuno dice che sarebbe utile provare il percorso da proporre la domenica mattina all’alba. Ecco la mia occasione. La luce dell’alba, l’ho già rilevato quest’estate in Calabria, rende assolutamente tutto più limpido: non solo le immagini, anche i pensieri.

Dopo la lunga, infinita, settimana lavorativa metto a letto il puffo, mi infilo sotto le coperte e la sveglia sembra suonare poco dopo. Lavata veloce, infilo lo zaino in macchina pensando già a come verrò rimproverata dal primo passeggero che caricherò a bordo…la mia macchina è una deposito di sporcizia e disordine e il trasloco in corso è solo un alibi che sfoggerò per giustificarmi.

La musica degli Elbow e dei Porcupine mi accompagna a tutto volume fino ad Adria. E’ notte fonda, non trovo proprio nessuno sulla statale a parte i miei due soci che mi aspettano a bordo strada. Alle 5 siamo già in strada, l’autoradio passa un po’ di tutto, ma sempre rigorosamente dall’ipod ad essa connesso. Mi faccio istruire sul percorso: Adria, Corbola, Taglio di Po, Romea… tutte le località a quell’ora sembrano uguali.

Rifletto su quanto mi senta a mio agio. E’ strano e difficile da descrivere. Mi sento come in famiglia. Anzi, forse non è la descrizione migliore. So che se c’è da lavorare, i miei soci non hanno pietà: non sono una donna che fotografa, sono una testa pensante e in quanto tale devo lavorare al pari degli altri. Se le mie foto, le mie idee, o qualche progetto a loro non piace me lo dicono. Ma quando si tratta di andare in giro mi sento protetta e sento il loro affetto fraterno. Sono tra amici e questo mi fa sentire decisamente a mio agio. Non mi interessa se ho la faccia da zombie, non mi sono truccata  e i tre strati di felpe contribuiscono a farmi sembrare l’omino della michelin.

In sacca sta cominciando ad albeggiare. L’orizzonte si schiarisce, la nebbiolina, che ha avvolto i campi durante la notte, si solleva appena rimanendo bassa sotto la strada dell’argine. Arriviamo appena in tempo e ci avventuriamo a pelo d’acqua, lasciandoci alle spalle i nuvoloni grigi di zanzare che hanno avvolto la macchina appena siamo scesi. Il rudere del vecchio deposito di riso è poco lontano dall’argine sassoso, ma è avvolto dall’acqua che gli fa da specchio tutto intorno.

La marea si sta ritirando e nel silenzio totale si sentono i granchi nascondersi sotto i sassi sui quali appoggiamo i piedi. La fanghiglia scopre decine e decine di mitili vicino alla riva: brutti quanto buoni stanno tra la sabbia e le alghe.

Inutile, il colore che si diffonde al sorgere del sole è difficile catturarlo con le immagini. L’acqua luccica, i gabbiani iniziano a sorvolare la sacca in cerca di cibo, ma il silenzio generale evidenzia le loro picchiate sul pelo d’acqua con dei tonfi sordi al momento dell’impatto. Anche noi stiamo quasi in silenzio: i “visto lì” e “guarda là” che di solito ci scambiamo di fronte a una bella inquadratura sono sostituiti da gesti o cenni della testa, mentre ogni tanto si sente “occhio a dove metti i piedi che si scivola!!”

Quello però che mi colpisce e che voglio appaia nelle immagini è l’insieme dalle linee armoniche che compongono il panorama. Gli isolotti scuri contro la luce del sole che sorge o del suo riflesso sull’acqua, i mattoni devastati della rovina in mezzo all’acqua, le rastrelliere delle cozze che si riflettono nello specchio d’acqua sottostante: verticale, orizzontale, riflesso. Come un balletto di chiaroscuri.

Ci fermiamo in più punti, accompagnati da aironi, gheppi e garzette. Nella zona delle casette dei pescatori c’è un po’ più di movimento. Alcune barche rientrano, altri pescatori sono seduti sui pontili con la canna. Qualcuno approfitta del cambio d’acqua in sacca per mettere in acqua ora la barca.

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Due ore scarse di scatti e torno a casa più soddisfatta. Colazione in un bar sotto il ponte di barche, passaggio all’ostello che ospiterà il raduno e alle 11 sono a casa. Rigenerata, rilassata, rasserenata dalla buona compagnia e finalmente con del materiale su cui lavorare decentemente.