Siamo finalmente in quel periodo dell’anno in cui tutti si lamentano. C’è freddo, c’è umido… C’è la nebbia.

Sebbene il maltempo abbia fatto diversi danni quest’autunno sento il bisogno di spezzare una lancia a favore del microclima polesano.

Ci crescono le branchie per l’afa d’estate, siamo sempre ricoperti di uno strato di zanzare divenute ornamentali. Finalmente arriva l’autunno. Accendiamo il riscaldamento, facciamo il cambio dell’armadio,ci infiliamo sotto piumoni profumati di ammorbidente, portiamo indietro di un’ora l’orologio e aprendo la finestra, dopo aver scostato quei quattro o cinque cimici che ci cascano addosso ogni volta, ci accorgiamo di quella splendida coltre di umidità pazzesca che ci circonda.

Confesso. L’adoro.

Mi sento quasi incoerente con me stessa. Amo il mare d’estate, amo nuotare e poter sguazzare allegramente in qualsiasi pozzanghera. Mi piace la luce fino alle nove di sera, quando l’ora blu te la godi con calma dopo una pizza in compagnia nell’estivo dei locali, lungo il corso della mia città. E non sopporto l’inverno interminabile, quando esci dal lavoro alle 5 e pare notte fonda. Nemmeno quella terribile stagione primaverile, sdolcinata e mutevole, dove ogni giorno ti chiedi se uscire con il cappotto o in maniche corte.

Ma la nebbia, la nostra nebbia, ha qualcosa di unico.

 

Il nostro autunno, qui in Polesine, ha qualcosa di peculiare. Forse è la fortuna di avere una certa varietà di paesaggi in pochi chilometri di distanza, dai colli al mare, o la luce che rende antichi alcuni scorci di paesi in mezzo alla campagna.

Non so bene quali di queste cose si mescoli al mio vivere questo landscape in maniera finalmente rigenerante: improvvisamente lo vedo con occhi meno intolleranti e insieme alla sua lontananza dal mondo civile, dalla comunicazione globale, all’ottusità di tante abitudini retaggio dei nostri continui passaggi storici da una dominazione all’altra, vedo anche la sua bellezza.

E la nebbia è poesia polesana.

Come avvolge e si appoggia sulle zolle dei campi!

Come ti sorprende e ti avvolge mentre passeggi tra le luci cittadine, magari proprio durante il periodo natalizio. Riesce incredibilmente a cambiare i rumori, a volte sembra propagarli, confondendone le provenienze, altre li rende più ovattati. Tutto diventa più intimo, più personale. Perfino la gente che condivide lo stesso spazio in mezzo alla nebbia si avvicina, come in chiesa, per parlare.

Qualche sera mi capita di trovarmi improvvisamente avvolta dalla nebbia mentre guido sulla statale per Rovigo, tornando da Adria.

La musica ad alto volume

Certo, guidando non è mai una bella sorpresa, ma se si rallenta senza spaventarsi troppo e si cerca di mantenere gli occhi sulle linee di mezzeria e di margine, è sicuramente meno pericolosa di neve e pioggerella.

L’autunno sembra poi durare così poco. Passato halloween con le sue mille zucche colorate sui banchi dei fruttivendoli è già l’invasione delle luci natalizie, alberelli, presepietti.

Ma quella bella luce dell’imbrunire che finalmente arriva alle quattro e mezza, quando tutti siamo ancora in piena attività, nessuno la nota. Quella luce che entra tra i rami dei castagni sui colli euganei, in mezzo alle foglie sempre più gialle e marroni.

E poi c’è il mare. In questa stagione, deserto e malinconico.

Assurdo che mi piaccia, perché non mi sono mai sentita deserta e malinconica. Un amico però mi dice sempre che ascolto musica triste per compensare il mio carattere. Sarà così anche per questo mare.

 

 

E’ come se l’autunno ci costringesse a una dimensione alternativa, e ci avvicinasse condividendo spazi più circoscritti da fattori naturali. Forse sono solo io che lo vivo in questo modo, con la mia testa bacata sempre attenta a scattare foto che non si imprimono su una memoria digitale ma che sono comunque la mia memoria personale, il mio archivio.