Non ho molta fiducia d’incontrarti
nella vita eterna.
Era già problematico parlarti
nella terrena.
La colpa è nel sistema
delle comunicazioni.
Se ne scoprono molte ma non quella
che farebbe ridicole nonché inutili
le altre.

Questa è una bellissima poesia di Eugenio Montale. Lo ricordiamo soprattutto per “il male di vivere”, per “ho sceso dandoti il braccio…”ma Montale era un poeta della comunicazione e del linguaggio. O meglio, di ciò che rimane tra le righe e che il pensiero “scrive” ma non riesce a dire.
Ho scelto queste semplici ,ma incisive, parole per introdurre un autore che invece per me ha proprio trovato quella forma di comunicazione di cui parla Montale, quella che farebbe “ridicole nonchè inutili le altre”. Quella forma di comunicazione è la fotografia, ma non in generale: è quella peculiare, meravigliosamente ironica e assolutamente non didascalica di Elliott Erwitt.

Ho avuto una grande fortuna: assistere alla bellissima esposizione organizzata dalla Fondazione Federico II a palazzo Reale, a Palermo. Già la cornice meravigliosa di questa città ha reso speciale l’atmosfera della mostra, ma devo dire che non riesco a ricordare un’esposizione meglio organizzata e più toccante di questa. Ottima la gestione degli spazi, il percorso chiaro, il personale gentile e pronto a rispondere alle domande, le luci e le proiezioni perfette per rendere la fruizione delle immagini ancora più completa. Ho avuto solo una grande delusione da questa mostra, ma lo spiegherò alla fine, perchè difficilmente credo che chi ha organizzato un’esperienza così completa possa essersi reso responsabile di un errore (a mio avviso) così grossolano e veramente imperdonabile.

Elliott Erwitt merita un’immersione completa nelle sue opere. Forse un articolo di questo blogghettino non riuscirà mai a rendere l’idea di quanto profonda e incredibile fosse la sua visione della vita e della realtà in cui si muoveva con la sua Leica. Erwitt parla attraverso le sue immagini e lo fa toccando il nostro lato più umano, più diretto, più sensibile: quello che vede il lato ironico, buffo, leggero, della vita. Quando dico che non serve spiegare i suoi scatti è perchè per ognuno di noi è chiaro cosa significhino, ma se volessimo usare delle parole per spiegarli, non riusciremmo mai a rendere la profondità con cui il messaggio ci colpisce. E la verità è che il motivo per cui non riusciremmo a spiegarne la profondità è perchè si esprimono attraverso una leggerezza che forse il linguaggio verbale non ha codificato abbastanza.

Elliott Erwit (Elio Romano Erwitz) nacque in Germania da una famiglia ebrea, in un periodo in cui, per chi aveva questa origine, tirava davvero una brutta aria. Era il 1922. Solo pochi anni dopo, una decina, le prime leggi razziali esplicitavano le intenzioni di Hitler, e la famiglia Erwitz decise di trasferirsi in America. Fortunatamente il giovane Elliott, trovò a Los Angeles gli studi ideali per la sua sensibilità artistica. Studiò fotografia e cinema, il che gli permise di essere arruolato nell’esercito americano come fotografo documentario e di partecipare alla seconda Guerra Mondiale. Al suo rientro conobbe Robert Capa e Roy Styker; quest’ultimo era responsabile della divisione informativa della Farm Security Administration, un fotografo ed economista che divenne famoso per aver inaugurato un filone documentativo-politico della fotografia americana. Egli coinvolse Erwitt in un progetto per la Standard Oil, che lo costrinse a viaggiare in molte città americane. Al suo rientro lavorò come free lance per molte riviste americane, sfruttò le sue competenze cinematografiche creando lungometraggi, spot e documentari. Nel 1953 fu invitato, grazie all’amico Robert Capa, a far parte della famosa agenzia Magnum, che aveva sedi in tutto il mondo (New York, dove era nata, Parigi, Londra, Tokyo). Come fotografo di questa prestigiosa agenzia ebbe modo di assisitere ai più grandi eventi storici e politici del pianeta. Sono icone di un’epoca le sue foto del funerale di JFK, di Kruschev che incontra Nixon, del ring con Muhammed Alì, di Marylin Monroe, di Che Guevara e molti altri. Queste sono le foto più conosciute, documentative, che immortalano eventi unici, persone che hanno fatto la storia del mondo, in un periodo storico (guerra fredda, dopoguerra, anni 60 ecc) in cui l’immagine aveva un potere informativo molto diverso da come lo intendiamo oggi.

Queste però sono foto indiscutibilmente importanti. Ma il fotogrfo che parla alle nostre coscienze fa molto di più. Si serve di soggetti semplici, di PICCOLE GRANDI COSE e situazioni, per creare un messaggio ironico ma profondo, chiaro ma difficile da esplicitare. Così finisce che Erwitt, da un servizio fotografico per delle scarpe di lusso, arriva a fare delle foto ai cani (che a suo dire, chissò qunte scarpe vedevano ogni giorno e dovevano essere i più grandi intenditori di quell’articolo). I cani non sono più solo dei cani che si accostano ai piedi delle persone. Sono delle metafore dell’essere umano che ci fanno ridere, riflettere, arrabbiare. Ci toccano. E far sorridere, lasciando tra gli scatti quella sorta di senso di profonda leggerezza era lo scopo più alto di Elliott Erwitt. E lo raggiunse appieno con tutta la sua produzione artistica.

Dalla rollei con cui scattò nel primo periodo della sua vita, passò alla Leica, che divenne inseparabile mezzo per la lettura della realtà. A differenza di molti altri fotografi che presero poi spunto dalla sua visione fotografica, Erwitt non faceva staged photography, non si costruiva un set, se non sfruttando quello di qualche progetto a lui affidato. Ma trovava l’ironia nella vita quotidiano e nei dettagli di ciò che viveva abitualmente.

Non sempre la leggerezza con cui scatto ha l’intento di farci sorridere e di trovare il senso ironico della vita. Ma a volte è proprio il lato ironico della situazione a far sì che il messaggio sia più profondo: una riflessione che ognuno deve fare secondo la propria sensibilità, senza retorica.

Erwitt ha saputo parlare attraverso le sue foto, con parole che possiamo solo sentire dentro ma che quando escono sembrano banali e scontate.

Dice Biba Giacchetti, curatrice della mostra a Palermo:

Ciò che ha reso unico Erwitt è la sua capacità di intrecciare emozioni e intelligenza, di farci ridere e commuovere sorprendendoci con la sua ironia e la sua capacità di cogliere il senso profondo dell’esistenza“.

E lo fa insegnandoci che sono le piccole cose a dare i messggi più profondi, se le sai osservare con ironia.

Basta pensare agli autoscatti, i selfie diremmo oggi, che Erwitt propose di se stesso, per capire che doveva avere una bella dose di ironia anche nel guardarsi allo specchio. Un altro bell’insegnamento per la nostra vita quotidiana.

Fortunatamente Elliott Erwitt fu uno dei fotografi più celebrati della storia, e morì a 95 anni a New York, con lunghi trafiletti delle più grandi testate mondiali.

Ferdinando Scianna dice di lui:

Alle mostre di Erwitt le persone si guardano con simpatia., si sorridono. Penso che bisognerebbe includere le sue fotografie in un kit di sopravvivenza. Nei momenti di sconforto un libro di Elliott Erwitt può costituire un rimedio potentissimo per ritrovare il sentimento di umanità, lo struggimento lieve e malinconico della vita: ti può salvare“.

Elliott Erwitt non è solo un uomo che ha immortalato un’epoca. E’ un uomo che ha trovato un forma di comunicazione universale, unica e profonda, per raccontarla.

PS: E’ vero, dovevo spiegare cosa mi ha fatto venire la pelle d’oca, in negativo, alla bellissima esposizione di Palermo: ecco, la pubblicazione del catalogo, il libro della mostra. L’ho comprato a scatola chiusa, incellophanato, e messo in valigia pregustando già in aereo il momento in cui l’avrei aperto (e, confesso, annusato). Quando l’ho aperto mi sono resa conto che l’impaginazione troncava a metà tutte le più grandi foto di Erwitt, proprio in quell’elemento che da senso alla foto. Nella foto in cui il bimbo si punta la pistola alla tempia, la pistola risulta proprio in mezzo alla rilegatura. La mia foto preferita, quella del pickup in menzzo a una mandria di black angus, come se stesse per fare una manovra dei reining spinnando, il camioncino si strova incastrato tra le due pance delle pagine. E così molti altri scatti. Non riesco a descrivervi come ci sono rimasta male. Avere in mano delle foto così meravigliose e vederle trattate in quel modo. Mi pare di capire però che la pubblicazione fosse in qualche modo vincolata e che l fondazione o comunque chi ha prodotto il libro non avessero molta voce in capitolo sulla sua redazione.

Il mio consiglio, ovviamente è quello di andarlo a vedere ovunque vi capiti. Questa è stata sicuramente la migliore esposizone vista fino ad ora (e mi dispiace per il mio amore grandissimo Lartigue alla Casa dei Tre Oci che arriva secondo e tutte le altre di Palazzo Roverella).