Non è esattamente semplice scrivere di Edward S. Curtis. Prima di tutto è difficile definirlo. Sicuramente fu un grande fotografo, ma anche un grande esploratore e se vogliamo una grande scienziato poiché lo spirito con cui si mosse fu sempre di scoperta e documentazione etnologica.

Ma proviamo ad andare con ordine.

Comprai questo meraviglioso libro diversi anni fa e sfogliandolo mi resi conto fin da subito che dietro quel numero incredibile di foto c’era una lavoro importante. Erano dello stesso autore? Perché le aveva legate in una sorta di opera Omnia? Chi era questo Curtis e perché nei miei tanti anni di avvicinamento alla fotografia e di passione per i Nativi Americani, non ne avevo mai sentito parlare?

La verità è che la pubblicazione completa delle sue opere, la diffusione al grande pubblico e, più di tutto, la realizzazione del suo grande sogno, fu possibile solo intorno agli anni 70, quando la collezione delle sue lastre fu riscoperta da alcuni ricercatori di antropologia e, dopo diverse valutazioni, comprata da un californiano che ne comprese la monumentalità, e tutt’ora ne possiede tutti i diritti. Curtis l’aveva pensata però nel primo decennio del Novecento, quando iniziò a muoversi tra le pianure e i deserti degli Stati Uniti, Canada e addirittura Alaska, con il suo grande formato e le sue lastre (photogravures) di rame, vetro e in alcuni casi sul platino. I negativi venivano poi trasferiti a contatto su carte pregiate, un procedimento all’acquaforte che richiedeva tempo e risorse ma che tuttavia aveva risultati incredibilmente artistici: la possibilità di virare al seppia e toni particolarmente profondi e tridimensionali.

Edward Sheriff Curtis era nato in Wisconsin (1869) e aveva conosciuto la fotografia da adolescente, mentre seguiva il padre, predicatore itinerante, imparando in fretta e divenendo da giovanissimo, assistente di studi fotografici nelle città in cui si spostava la famiglia. Quando la famiglia si trasferì definitivamente a Seattle, nello stato di Washington, intorno al 1890, divenne associato di un importante studio fotografico della città. Era l’anno di Wounded Knee, il massacro, l’ultimo dei tanti, che praticamente concluse le guerre di frontiera tra i Nativi Americani e l’esercito degli Stati Uniti. La filosofia che per anni aveva sostenuto la prospettiva pionieristica, definendo i nativi come brutali selvaggi da combattere (“l’unico indiano buono è l’indiano morto”, diceva il generale Sheridan), andava finalmente in pensione, lasciano il posto a politiche di ghettizzazione dei gruppi nativi nelle riserve, proposte come centri di civilizzazione e di integrazione. Come sappiamo dalla storia, le riserve non ebbero mai un ruolo di mediazione e di facilitazione alla convivenza. Ma il piano politico di Theodore Roosvelt voleva proprio questo: presentare la colonizzazione della frontiera come qualcosa di salvifico per i gruppi di Nativi che, seppure coraggiosi e fieri, erano di fatto selvaggi, disorganizzati e completamente primitivi. Roosvelt fu uno dei sostenitori di Curtis, ma il suo interesse nel lavoro del fotografo aveva intenti ben diversi. Proporsi come un grande uomo di frontiera che valorizzava le diversità e favoriva l’integrazione: questa era ora l’immagine più giusta e moderna da fornire al pubblico, rispetto a quella del pugno di ferro verso i selvaggi che nei vent’anni passati aveva avuto più successo.

Curtis, invece, aveva compreso fin da subito l’emergenza di tramandare e “salvare” i gruppi etnici che incontrava mostrandoli nella loro grandezza, nelle loro abitudini, registrando addirittura i loro canti tribali, perché presto queste documentazioni sarebbero state tutto ciò che rimaneva di quei popoli.

Edward Sheriff Curtis nel 1899.

La sua avventura iniziò dunque a Seattle, mentre si trovava in montagna, gli fu chiesto di riportare a casa una piccola spedizione di scienziati che si era persa in quei boschi. Tra questi un biologo (C.Hear Merriem) e un etnologo (George Bird Grinnel) molto amico del presidente Roosvelt. E fu proprio costui che lo coinvolse nei primi viaggi che avevano pianificato con lo scopo di conoscere le tribù Yuma e Yaqui nei deserti al confine tra Messico e Stati Uniti e in seguito nel Montana. Siamo nel primo decennio del Novecento (1907) e viaggiare era ancora molto difficile e pericoloso. Trasferire la grande attrezzatura fotografica non era semplice e in più c’era la grande diffidenza che inizialmente tutti i Nativi che incontravano, manifestavano verso il lavoro del fotografo e verso i “bianchi” in generale. Ma per Curtis, l’obiettivo fu chiaro praticamente dall’inizio. Se fosse riuscito a documentare tutti gli usi e i costumi, la cultura e anche la storia di alcuni grandi personaggi di queste tribù, forse avrebbe potuto contribuire a conservare una memoria storica, e a farlo in maniera scientifica, di questi popoli che stavano via via venendo rinchiusi in riserve o finendo risucchiati dalla colonizzazione americana.

Il progetto era chiaramente un’impresa titanica. I gruppi di Nativi Americani erano tantissimi, con lingue, tradizioni e visioni religiose diverse in base all’area geografica in cui si trovavano; spesso erano in guerra tra loro, alcuni non accettarono la presenza di Curtis e della sua mega macchina fotografica. Inoltre questo progetto implicava un’impiego di fondi e risorse incredibile, sia per il materiale fotografico, sia per i viaggi, che infine per la pubblicazione che ovviamente sarebbe stata la parte più faticosa.

Curtis, per sua fortuna, per una buona metà dei suoi viaggi, ebbe come finanziatore il magnate dell’industria ferroviaria John Pierpont Morgan che ebbe fiducia nel suo grande progetto e cercò di renderlo possibile con il sostegno economico. Theodore Roosvelt provò a dare il suo sostegno all’opera di Curtis e scrisse l’introduzione ufficiale alla prima parte della pubblicazione ma non fu mai suo finanziatore. Fu però dopo averlo incontrato ad un concorso fotografico indetto per ritrarre il figlio del presidente ed aver apprezzato il suo progetto di documentazione, che gli presentò J.P. Morgan e incoraggiò quest’ultimo a finanziare “The North American Indian”.

Theodore Roosvelt

Per ben 20 anni Curtis viaggiò per il Nord America, incontrando gruppi di Nativi Americani su tutto il territorio degli States. Più di 2000 negativi e si pensava che la pubblicazione delle stampe avrebbero previsto la redazione di ben 20 volumi, solo per “The North American Indian” organizzati per aree geografiche. Vent’anni della sua vita, delle sue risorse personali, di sacrifici della sua famiglia, che inizialmente viaggiava con lui. Tutto per realizzare questo grande obiettivo scientifico e artistico che si era posto fin dai primi viaggi.

E.S. Curtis Canyon Del Muerto. Apache
E.S Curtis Quahtaka girl (ndr: MC CURRY SPOSTATE!!!!)

Curtis comprese ben presto che un buono scatto implicava, oltre a tutte le sue conoscenze fotografiche, la necessità di ottenere quantomeno un po’ di fiducia dai soggetti fotografati. E questo rapporto di fiducia implicava la conoscenza della loro storia, delle loro tradizioni. Doveva essere una posizione senza giudizio, quella di chi fotografava, doveva cogliere tutti quegli aspetti che si volevano preservare. Nello stesso tempo comprese che coinvolgendo i Nativi, questi avrebbero intuito quale fosse il suo scopo ultimo. Molti di questi gruppi erano già stati confinati in aree circoscritte e subivano una sorta di ghettizzazione. Non fu difficile comprendere che le fotografie potevano essere l’ultimo modo per tramandare il loro sistema di valori e la loro cultura. “Tramandare”, un verbo che aveva funzionato per secoli e ora era affidato alla chimica di un uomo bianco.

E.S. Curtis Two moon, Cheyenne.

Curtis imparò diversi linguaggi: dallo Yaqui al Lakotah. Studiò, con gli anziani delle tribù, la storia delle battaglie e del pensiero dei più grandi capi indiani. Registrò sui cilindri di cera, secondo la tecnica del tempo, conversazioni e canti tribali. Fu addirittura invitato a registrare con la sua camera, cerimonie sacre.

E.S. Curtis. Ready for the Throw. Nunivak
E.S. Curtis. For Strenth and Vision. Apsaroke Sun Dance Ceremony.

Solo se pensiamo alla mentalità del tempo e al fatto che la cultura dei Nativi fu completamente ignorata (e fagocitata da altre filosofie) anche nei successivi 50 anni, possiamo comprendere quanto avanti fosse il progetto di Curtis e quanto straordinario fosse il suo pensiero. Possiamo chiederci però se questo amore per la cultura delle tribù d’America non l’abbia portato a mitizzarli, sbilanciandosi verso una visione troppo eroica e meno scientifica. Ma Curtis era un fotografo con un sogno e questo sogno lo portò avanti a caro prezzo e grandi sacrifici.

Negli anni 20, dopo un ennesimo faticoso e pericoloso viaggio tra le tribù del nord, la moglie lo abbandonò e chiese il divorzio. Dopo una breve battaglia legale e lei spettarono lo studio di Seattle e molti negativi che Curtis aveva accumulato. Per evitare che li usasse in maniera sbagliata, Curtis arrivò addirittura a distruggerne una parte.

Si trasferì in California, con la figlia Beth che rimase con lui fino alla fine dei suoi anni e lo sostenne anche quando J.P. Morgan morì, lasciando tutti i suoi averi al figlio Morgan Jr, che decise di non finanziare più l’opera enciclopedica di Curtis.

Curtis arrancò tra servizi fotografici a Hollywood e lavoretti per editori locali e portò avanti il suo lavoro lentamente. Nel 1952 dopo che la storia del mondo, tra due guerre e molti problemi ancora aperti nel secondo dopoguerra, avevano fatto completamente dimenticare gli Indiani d’America e le loro tradizioni, Curtis morì con accanto solo la figlia Beth e un breve trafiletto sui giornali locali che lo ricordava solo per aver avuto il supporto di Roosvelt e per il suo lavoro di fotografo.

Nessuno comprese la grandezza del suo sogno. Le fatiche e i sacrifici fatti per mettere insieme tutti i pezzi di popolazioni che ormai erano perse nella storia. Nemmeno i suoi colleghi potevano comprendere la difficoltà tecnica del fotografare cerimonie, persone, luoghi impervi, in condizioni di luce e di sicurezza precari e tutto ciò che stava dietro ogni singolo scatto.

Passarono due decenni prima che qualcuno, negli anni settanta, scavando negli archivi della Morgan Associated trovasse le parti pubblicate, quelle rimaste inedite e migliaia di negativi su lastra e comprendesse il grande sogno che era legato quelle fotografie. L’opera di Curtis fu venduta e rivenduta finché fu acquisita da un’associazione Californiana, con a capo Kenneth Zerbe, che tuttora possiede la collezione e permette la realizzazione di mostre ed esposizioni.

E’ difficile scrivere di Edward Sheriff Curtis. E’ difficile perché vorrei rendere con le parole l’eroismo della sua visione, la modernità del suo pensiero in un’epoca in cui gli Indiani d’America erano visti come dei selvaggi accattoni e attaccabrighe. Vorrei anche sottolineare la bellezza delle sue fotografie, non solo per i contenuti pieni di poesia e di passione, ma anche per la tecnica utilizzata: i toni, l chiaroscuri, i contrasti sono manipolati per rendere un servizio al messaggio in maniera ancora più completa. Tutto questo per dire che la fotografia è comunicazione, prima di tutto e soprattutto, anche nelle scelte tecniche.

Se Curtis è stato vittima dell’oblio, paradossalmente come i soggetti fotografati, spero di contribuire, anche solo in minuscola parte, a rendergli omaggio, a ricordare la grandezza di un uomo che sacrificò la sua vita per la realizzazione di un sogno e lo fece attraverso la forma più alta di arte e di comunicazione in cui credeva: la fotografia.

E.S. Curtis. Geronimo. 1905