Nel mio blocco di appunti fotografici storico, mentre cercavo spazio per scrivere nuovi appunti di studio di critica fotografica, ho ritrovato un vecchio articolo, scritto nel 2016, mentre mi dedicavo allo studio della storia della Fotografia di Poivert-Gunthert.
E’ la storia di Stieglitz e della Photo Secession, un racconto che parla di come la fotografia uscì piano piano dai circoli artistici dove scimmiottava la pittura, per darsi il tono di arte, e dove sottostava a pesanti norme che ne definivano limiti creativi e percorsi già decisi. E’ la storia di come, pur volendo rappresentare una rottura con il pittorialismo, i fotografi della Photosecession si posero in una situazione di continuità con esso, lasciando che si evolvesse nelle avanguardie artistiche dei primi dei Novecento.
Infine è la storia di come la fotografia costruì le sue fondamenta per diventare un linguaggio, più che un’arte. Una comunicazione che non era più riservata ai professionisti, o a chi si occupava di sostenere e documentare la stampa, ma finì con il servirsi anche di “dilettanti” che pur essendo tecnici fotografici importanti, non si guadagnavano da vivere con reportage e servizi, ma riprendevano la realtà con l’intenzione di esprimere un messaggio.
Siamo a fine dell’Ottocento, in un panorama culturale e artistico ancora in gran parte dominato dalla Pittura, e la fotografia stava faticando nel ritagliarsi il suo ruolo di arte, staccandosi da quelli che volevano rinchiuderla nel giardino delle illustrazioni sia scientifiche che giornalistiche reportistiche. L’unico modo per essere considerati artisti, per i fotografi, era sembrato, fino a quel momento, quello di avvicinarsi sia nelle tecniche, che nell’interpretazione della realtà, alla pittura.
“Fading Away”, di H.P. Robinson, chiarisce bene l’idea, con ben 5 lastre al collodio, di come l’autore cercasse di legittimare la fotografia come arte, ispirandosi alla letteratura romantica (Shelley).

Il “reale” sembra dunque non interessare ai fotografi, non fino a che questo li avrebbe portati lontano dall’essere considerati artisti. Il pittorialismo ebbe un successo notevole e si insinuò in tutte le esposizioni artistiche della seconda metà dell’Ottocento influenzando la creazione di club fotografici e riviste a tema. In Italia nacque a Torino nel 1904 “La fotografia artistica” a cura di Cominetti, per promuovere appunto gli scopi pittorici e letterari della fotografia; A New York fu Alfred Stieglitz a fondare il “Camera Notes”, rivista espressione del famoso gruppo dei pittorialisti americani del “Camera Club”.
Non si trattava certo dell’unica corrente che intendeva valorizzare la fotografia come espressione artistica, anzi iniziava ad emergere il concetto di “fotografia pura”, che richiamava i fotografia al dovere quasi “morale” di ricordare il loro vincolo con il ritratto di una realtà che, seppure messa in scena alla pittorialista maniera, era comunque evidente e istantanea.
Già verso la fine dell’800 quando si creavano queste riviste legate ai relativi club fotografici, il Pittorialismo aveve inizato a perdere la sua iniziale verve e all’Esposizione Nazionale del 1900,i pittorialisti ricevettero poca attenzione e spazi espositivi esigui. Significativo il fatto che, nonostante il Photoclub dè Parìs fece di tutto per affiliare i fotografi al padiglione della Pittura, furono invece categorizzati come “nuove tecniche” nel settore ” Strumenti e Procedimenti di Lettere, Scienze e Arti”.
La risposta a questa sorta di “ostracismo” verso la fotografia come forma d’arte, si fece sentire soprattutto oltreoceano. Alferd STieglitz, appunto, che tanto aveva fatto, anche in termini di impiego di patrimonio personale, per dare lustro a “Camera Notes”, diede vita al movimento artistico della PHOTO SECESSION. Il centro della fotografia artistica si sposta prima oltre la Manica, a Glasgow, dove si affianca senza problemi alla pittura al New Art Gallery and Museum Building, nel 1901.
Si passò poi oltreoceano, dove le esposizioni organizzate a Philadelphia, dal vecchio gruppo Camera Club, con gli autori delle foto della rivista “Camera Notes”, tutti ancora molto legati alle regole del pittorialismo, furono attraversate da un senso di ribellione verso le norme espositive imposte dalle elite artistiche. Stieglitz, abbandonò il gruppo portando con sè alcuni colleghi che trovavano altrettanto stretti i criteri espositivi delineati dall’Accademy of fine arts, la quale imponeva la propria presenza sulle scelte artistiche del gruppo, premendo verso un pittorialismo spinto e criteri interpretativi mutuati dalla letteratura.
Questa Photosecession si concretizzò nell?organizzazione di gallerie e la successiva creazione, capeggiata di nuovo da Stieglitz, dellla rivista “Camera Work”, nel 1902. I fotografi del movimento intendevano distinguersi dalle società culturali che si lasciavano mettere dei confini espressivi, come quelli che il pittorialismo aveva subìto e anche in un certo senso propagato in Europa. Il requisito fondamentale per essere considerata espressione artistica, la fotografia, doveva trovarlo nella libera espressione del proprio animo, come tutte le altre arti.

D’altra parte, la crescita incredibile del pubblico che si dedica alla fotografia, portò Stieglitz a sentire il bisogno di creare qualcosa che elevasse il percorso artistico, rispetto a quello dilettantistico.
Se questo è il panorama in cui si diffuse la PhotoSecessiòn, con le prime opere di Camera Work, si capisce chiaramente come la necessità di Steiglitz e dei suoi, fosse principalmente quella di “fare tutto da sè” curando maniacalmente ogni fase di ripresa e stampa, e come la tecnica fosse considerata un “mezzo straordinario” ma non un fine.
Alfred Stieglitz comprese quanto le gallerie organizzate dei fotografi secessionisti, come per esempio il progetto della galleria 291 ( che a New York si può dire fu un luogo di diffusione delle primissime avanguardie artistiche del Novecento), fossero un mezzo potentissimo per la diffusione della loro filosofia fotografica, delle loro sperimentazioni artistiche, del loro messaggio di coabitazione di fotografia e arte, e di destrutturazione di quei canoni artistici ormai abusati e sorpassati provenienti dalla pittura come si era visto all’Internazionale di Parigi.
La straordinarietà delle stampe contenute in Camera Work evidenziò come lo sviluppo della grande industria fotografica e l’apertura al grande pubblico delle associazioni artistico-fotografiche, prima riservate solo agli aspiranti artisti con rigidi criteri selettivi, avevano fatto dimenticare la riflessione artistica che stava alla base dei 50 anni precedenti della storia della fotografia.
Fu così che nacque la Straight Photography, dal lavoro della photosecessiòn, e si pose in continuità con esso, non rinnegando ma superando e modificando le istanze del pittorialismo.

La vicenda della PhotoSecessiòn fa riflettere su molti aspetti della contemporaneità. Scrivono Poivert e Gunthert rigurado al grande afflusso che seguì la PhotoSecessiòn negli States e in seguito anche in Europa:”
Paradossalmente, i frequentatori delle società fotografiche, che all’inizio degli anni 80 dell’Ottocento avevano promosso l’ampliamento della pratica fotografica a un pubblico più ampio, furono sorpresi, se non addirittura destabilizzati, dall’afflusso di questi nuovi “fotografi della domenica”. Grazie alla loro opera pedagigica di semplificazione avevano sperato di ampliare i loro ranghi, e finirono invece con il favorire la comparsa di una nuova categoria di dilettanti il cui interesse per la fotografia era completamente diverso dal loro”
Molti sono i cosiddetti “spingibottoni” che ora, invece di usare le scatole stenopeiche prodotte dalla Kodak nel 1888, usano costose reflex o cellulari performanti, ottiche pregiate e conoscono solo una piccola parte della tecnica che sta dietro all’hobby che amano. Non c’è nulla di male in un panorama che oramai fonda sull’immagine un linguaggio quasi disarticolato e convulso, ma chi ama la fotografia deve andare più in profondità.
Le informazioni visive condivise da social, network di ogni tipo, con il fiume di immagini che ne consegue, ci fanno sentire tutti un po’ fotografi solo per il fatto di fare click, di conoscere la relazione tra i pixel, o mettere un copyright in filigrana. Siamo un po’ tutti noi questi “fotografi della domenica”, delineati da Poivert e Gunthert. Lo siamo stati, lo saremo, quasi fosse un passaggio obbligato.
Ma, se vogliamo veramente fare fotografia, anche noi dobbiamo fare la nostra piccola Photosecessiòn. Dobbiamo passare dal Camera Note, dove le regole per essere Artistici (che oggi che cosa significa? Essere influencer? Avere tanti like?) le definiscono i social, i media, il grande pubblico, per poter arrivare con una piccola rivoluzione personale alla nostra “Camera Work”. Qui, le regole le dobbiamo fare noi. Dobbiamo conoscere il panorama per scegliere la strada più adatta ai nostri passi.
Personalmente non ho ancora ben capito quale sia il canone della mia personale Photosecessiòn, anche se anni indietro pensavo di esserci arrivata. Non voglio spacciare a me stessa, e agli altri, percorsi creativi che non si basano sullo studio e sull’influenza di grandi che prima di me hanno amato e praticato la fotografia, poichè la storia e l’arte sono fatte da persone con gli stessi bisogni espressivi, anche a distanza di epoche. Ma nemmeno denigrare chi si serve dei mezzi più comuni (che un tempo erano le steno kodak…)
Peggio della Photosecessiòn c’è solo la pigrizia mentale che viene dal non accogliere le scelte altrui e i percorsi che ha fatto di semplici persone, grandi artisti. Ed è una strada che spesso porta al “Photoriposo” e alla “Photocristallizazzione” dentro canoni che ci hanno imposto senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

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