If only nations would realize that they have certain natural characteristics, if only they could understand and agree to each other’s particular nature, how much simpler it would all be.
― D.H. Lawrence, Twilight in Italy

D.H. Lawrence, scrittore e poeta Inglese, vissuto tra la fine dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento, è sicuramente uno degli artisti che mi è rimasto più nel cuore dopo gli studi universitari. Un fantastico monografico fatto con uno strano prof, anzi forse un assistente, di Lingue, me lo fece vedere sotto tutto lo splendore che questo autore merita. Lawrence è conosciuto per “L’amante di lady Chatterley”, ma purtroppo molto meno per altri splendidi romanzi e raccolte di Novels che contengono molto di più il suo spirito e la sua energia (The Plumed serpent, Lovers and sons; The rainbow, ecc..).

Non è questo il momento per parlare, tuttavia, della toccante letteratura di Lawrence, se non per dire che passò molto tempo in Italia, con la sua compagna e poi moglie. In particolare la attraversò da Nord a Sud, Isole comprese, alla ricerca di quel “the sun” che lui inseguiva per essere riscaldato moralmente e fisicamente (era soggetto e polmoniti e rischiava la tubercolosi). Si innamorò dei nostri vigneti, delle nostre coste, della storia che trasudava dei mattoni dei nostri borghi e visse proprio in appartamenti affittati in paesi secondari, attigui alle campagne e alle spiagge. Amò l’atmosfera dei paesi e delle piccole botteghe di pescatori e si fece trasportare da carrettieri e contadini per raggiungere i villaggi arroccati sulle colline e viverne l’atmosfera. Si può dire che colse più che mai l’aria del nostro paese nelle sue più profonde peculiarità.

Tra i posti che lo coinvolsero di più, sicuramente. la parte Grossetana della Toscana e alcuni comuni del Viterbese, che racchiudono la quasi totalità dei resti della cultura Etrusca in Italia.

Abbiamo deciso di trascorrere anche noi qualche giorno in questi luoghi: non tanto per ripercorrere i passi dello scrittore, quanto perchè i miei ricordi dei suoi scritti in merito mi avevano incuriosita e affascinata ed era da molto che desideravo vedere queste località portando con me la sensazione che mi avevano trasmesso quelle pagine. Pagine scritte da uno straniero che visita un’Italia paesana, ancora contadina e un po’ selvaggia, ma ricca di storia nobile e gioiosa.

Grazie a mio marito, che ha avuto la bella idea di affittare uno scooter, ci siamo mossi agevolmente e respirando a pieni polmoni l’aria del promontorio dell’Argentario, del Viterbese e infine l’atmosfera medievale di alcuni splendidi borghi nell’entroterra.

Spero di rendere giustizia, con queste foto, ai meravigliosi paesaggi e soprattutto all’atmosfera di questi piccoli paesi. L’atmosfera tanto amata da Lawrence. Quella sensazione di sentirsi a casa, quando il barista ti conosce dopo un paio di caffè e ti consiglia i posti più belli della sua terra, o il negozietto dei panini fatti da una cooperativa locale di signore che preparano verdure e ricette tipiche per le farciture o crostate e dolci come dessert per un improvvisato picn nic.

Abbiamo fatto base a Orbetello. E’ un piccolo paese di poche anime, che essendo sul mare di fronte all’Argentario, d’estate triplica la sua popolazione grazie ai turisti. Per fortuna è il primo maggio e ci sono pochi turisti, quasi tutti americani, e molti locali che stanno iniziando a lavorare per la prossima stagione turistica.

La sera la gente si riversa sulle due strade principali, in mezzo a negozietti di artigianato locale, ristoranti, bar per apericena e piazzette piene di bacarelle e gruppi musicali improvvisati.

Davanti alla cittadina, una splendida laguna dove rimane uno dei mulini spagnoli che sfruttava la forza delle maree per la macinazione dei cereali. E’ sicuramente pittoresco e contribuisce a rendere caratteristico questo luogo, attribuendo unicità al paesaggio.

Attraversando questo Istmo si raggiungono facilmente le uniche due città della zona che prende il nome dal monte Argentario. In questa sorta di isola ci sono due centri importanti: porto Ercole e porto Santo Stefano. Il secondo più turistico, il primo è più un centro di poche anime e qualche servizio agricolo e turistico. Ovviamente quest’ultimo mi è sembrato più carino e accogliente, più “vero”. Il promontorio si può visitare tutto attraverso una strada panoramica che però per una decina di chilometri è interrotta e diventa sterrata, particolarmente disastrata. In realtà anche le parti asfaltate erano buone solo in corrispondenza dei centri abitati e degli alberghi, ma per il resto, la natura si è impossessata del fondo stradale con radici, buche, dissestamenti. In scooter non è stato particolarmente fastidioso, ma immagino che in macchina, vedermi un dirupo di scogli a picco sul mare proprio attaccato alla ruota non mi avrebbe lasciato come unica emozione un senso di meraviglia.

Però in effetti ad ogni curva di questa strada si aprono meravigliosi scorci mediterranei, sia per il mare azzurrissimo che sbuca sull’orizzonte, sia per la vegetazione tipicamente marittima e costiera.

Passato Porto Santo Stefano si svolta nella parte del proomontorio che guarda l’arcipelago Toscano. SI vedono Giannutri, Il Giglio e dalla foschia, più lontano, spunta la cima dell’Isola di Montecristo. Sempre restando in tema letterario, non si può non pensare alla grande opera di Alexandre Dumàs e restare impassibili di fronte al paesaggio che ispirò la creazione del personaggio di Edmond Dantes.

Montecristo è un’isola rocciosa, deserta, inaccessibie quasi quanto un picco delle Alpi o un nido d’aquila: vi si rifugiano solo i gabbiani e i sogni“. A. Dumas

Il mare è lì, accompagna per tutto il percorso, ma se si vuole scendere dalla strada principale e accedervi, bisogna trovare l’entrata dei sentieri che portano alle varie calette. Per fortuna la signora Dolores, che ci ha affittato lo scooter, ci ha dato un foglio scritto da lei con le varie indicazioni nostrane (ad esempio: alla casa con il sole di ceramica attaccato al cancello parcheggiare…). Tutto molto semplice e funzionale, come quando chiedi indicazioni agli avventori di un bar… di paese!

Le spiaggette, grandi o piccole che siano, sono parecchi metri a picco sotto la strada, quindi non sempre è facile raggiungerle. In questo periodo poi non sono stati fatti grandi lavori per far accedere i turisti quindi la vegetazione è ancora padrona del paesaggio, ma questo rende tutto più magico. Mentre ci si avventura nei cespugli, stando attenti ai rovi, si apre di colpo l’immagine da cartolina della caletta sassosa con il mare luccicante. C’è da respirare a pieni polmoni e imprimere questi momenti nella corteccia cerebrale, per non perderli mai.

Oltre alle calette meravigliose lungo l’argentario ci sono presidi spagnoli o resti di rocche e torri di osservazione. Siamo in toscana, sul mare, rivolti verso la costa francese. Si può immaginare come questo fosse un avamposto importantissimo in epoca medievale e moderna.

Porto santo Stefano è molto carino, con un bel lungomare e molti attracchi turistici, ma qui si sente un po’meno quella bella atmosfera rustica degli altri posti che abbiamo visitato.

Torno al mio alberghetto ad Orbetello con la sensazione di aver trascorso una di quelle belle giornate da mettere nella lista dei ricordi più belli.

Il giorno seguente è dedicato ai veri e propri Etruscan Places. Si parte infatti da Tarquinia dove abbiamo visitato sia il centro storico, piccolo, urbano ma con architetture in pietra antiche che si mescolano a palazzi di epoca più recente, che la necropoli di Monterozzi.

La zona della necropoli è in realtà un parco tenuto benissimo, dotato addirittura di aree picnic, dove queste decine di colline ricoperte da piccoli tetti sono in realtà coperture delle tombe etrusche sottostanti. E’ un po’ strano per noi, abituati al fatto che nei luoghi di sepoltura debba regnare pace e silenzio, pensare a un’area pic nic, o a maree di turisti in fila con zainetti e macchine fotografiche.

Tuttavia una volta entrata nelle prime tombe etrusche comincio a capire. Le pitture parietali sono spiegate fuori da ogni cumulo, in modo che una volta all’interno si è preparati ad osservare. Sotto ad ogni collinetta ci sono scale che portano alle camere funerarie, tutte decorate da pitture parietali dai colori vivissimi. E man mano che le visito, si apre nella mia mente il punto di vista che questa arte vuole suggerire: la prospettiva che dell’aldilà si è avuta nei diversi momenti della nostra storia. Oltre alla forte influenza della cultura greca (alcuni artisti erano giunti qui dopo le guerre con i Persiani) il cui stile è abbastanza riconoscibile, si nota proprio una diversa idea della morte, rispetto a quella che si è andata costruendo nei secoli successivi.

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Le immagini riportano momenti giocosi, divertenti e conviviali. Parliamo del VII secolo Avanti Cristo. Lo scopo era quello di portare con sè dopo la morte i momenti belli della vita. Le cose che avevano reso felici queste famiglie. Si tratta per lo pù di famiglie benestanti per ciò le scene conviviali sono molto ricche di dettagli. E’ un augurio a trovare nell’aldilà tutte la cose che hanno donato gioia e divertimento nella vita terrena. Questo concetto viene abbandonato man mano che si fa sentire l’influenza con la cultura romana e compaiono nelle immagini mostri, guardiani delle porte ecc.

Gli Etruschi erano un popolo molto attento all’arte e la struttura della loro società era molto avanzata rispetto ai vicini dell’epoca. E aggiungo che l’impressione che viene da queste immagini è che fossero un popolo orientato a una spiritualità fondamentalmente positiva e aggregante.

Le tappe successive sono tutte sui secoli dopo l’epoca etrusca: Vulci e il ponte del Diavolo, un ponte romano a schiena d’asino, Capalbio e le sue meravigliose mura a doppia cinta e gli scorci dei piccoli vicoli in pietra.

Nei bar, nei ristoranti, tutti sono disponibili a dare informazioni e a raccontare qualcosa del posto in cui vivono. Il turismo li ha abituati ad accogliere ma farti sentire a casa è una dote naturale.

Trascurando la puntatina alle terme di Saturnia, il giorno dell’arrivo (parentesi che vorrei dimenticare per la quantità immensa di gente concentrata in pochi metri di acque termali: uno scenario che sarebbe meraviglioso, completamente coperto di carni al sole), il nostro viaggio si conclude con la visita di un altro borgo squisitamente toscano: Pitigliano. Noto come “la ciità di Tufo”, è costruito quasi integralmente con questa pietra, di cui si trovano molte cave nel territorio circostante. Le architetture sono luminose e gli scorci, valorizzati al massimo, offrono dei chiaroscuri davvero pittoreschi.

La cittadina è conosciuta anche come “piccola Gerusalemme”, sia, appunto per il colore delle pietre, che per la comunità ebraica che si è insediata qui durante le varie espulsioni dalle più grandi città toscane in epoca moderna e che è rimasta integrandosi perfettamente. Nel quartiere ebraico si trovano una sinagoga e diversi negozi alimentari in stile kosher. In questo momento la zona della sinagoga è strettamente sorvegliata dall’esercito. Questo riporta violentemente ai giorni nostri dopo aver passeggiato rilassatamente in questi vicoli dall’atmosfera medievale o forse fuori dal tempo. Anche qui bar, negozi di artigianato locale (pellame, lavorazioni di vasellame, profumeria ecc), sono raccolti sulle principali stradine di passaggio turistico, ma contribuiscono a dare quell’atmosfera prettamente “italiana” che si ritrova in altri borghi del nostro Paese. Mi sbizzarrisco nei bianchi e neri, il tufo lo impone, le ombre taglienti dell’ora di pranzo lasciano spazio a contrasti netti.

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Scalinata quartiere ebraico

Sono partita sperando che le mie foto potessero esprimere, se non altro, l’entusiasmo che provavo a trovarmi in posti che hanno fatto innamorare grandi artisti, ma ho portato a casa molto di più. Sono tornata con il relax in cui ci si immerge quando, anche lontano dalla propria quotidianità, ci si sente veramente a casa. Forse dimenticherò le chiacchiere fatte al negozietto dei panini con la signora che ci racconta della sua vita mentre mi imbottisce una rosetta di melanzane a funghetto, o le colazioni all’alberghetto da una stella, la cui pulizia era da cinque e l’accoglienza rustica e calda almeno da sei, o forse non ricorderò le parole che hanno accompagnato il servizio di un piatto tipico e mi hanno fatto sentire la passione di quel ristoratore per il posto in cui vive e che ha scelto; ma probabilmente le foto mi ricorderanno quella sensazione di aver speso bene il mio tempo, di tornare con un qualcosa in più: di avere allacciato un filo con un altro posto meraviglioso. E certamente un peso, in questa sensazione, ce l’hanno i luoghi incredibili, che madre natura ha premiato egregiamente, ma più di tutto, ne sono convinta, la differenza la fanno ancora le persone.