Domenica di Pasqua, giornata dal clima variabile, nessun progetto in particolare, tranne la voglia di fare un giretto non troppo lontano da sola con mio marito. “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, no?

Scegliamo la classica passeggiata in spiaggia e portiamo con noi il nostro vecchio cane, che a 15 anni ha passato tutto l’inverno in casa e ha bisogno di prendere aria.

A metà strada mi accorgo che forse è la prima volta che vado in quella direzione senza portare con me le macchine fotografiche.

Nessuna macchina fotografica. Ma non mi ha insegnato nulla mio padre? Decine e decine di “gite della domenica” passate con almeno due analogiche sul sedile dietro, coperte da un giacchetto o un maglioncino…vuoi mai che prendano una botta di calore?

E tutti i viaggi fatti verso il delta, o anche solo al fotclub di Adria, carica come un somaro di obiettivi, filtri, tappi che poi inevitabilmente mi cadevano in giro. Quanto mi mancano quelle gite in compagnia, dove già dai primi scatti si sentiva l’atmosfera rilassata costruita da persone semplici che stavano facendo qualcosa che amavano.

La fotografia è stata la mia ancora di salvezza, il mio svago, la mia comunicazione per molto tempo. Ed è vero che ho difeso con le unghie e con i denti il concetto che non importa avere un attrezzo all’ultima moda con lenti potentissime per esprimersi bene, ma altrettanto ho professato il famoso “impara l’arte e mettila da parte”.

Se si vuole comunicare nel modo migliore bisogna essere consapevoli di ciò che ci serve per esprimersi e ciò che invece non vogliamo usare in quel momento. La conoscenza è l’unico modo per comunicare al meglio, non solo nella fotografia, in tutti i linguaggi.

E il cellulare non mi permette di giocare con la profondità di campo, di ottenere un bel bokeh (o meglio, ammettiamolo, con il cellulare non so come si fa) o semplicemente concentrarmi su cosa voglio ficcare dentro l’inquadratura attraverso il gesto di mettere l’occhio nel mirino, escludendo tutto ciò che mi sta intorno.

Così, mentre mi arrendo a passare la giornata con il cellulare alzato davanti alla faccia per fare foto, mi riprometto di non demonizzare la mia vecchia e quasi pensionata attrezzatura fotografica e ricordare veramente cosa mi ha fatto innamorare di questo canale comunicativo.

Mi riprometto di riprendere in mano le mie macchine, di andare al mio negozio di prodotti per la camera oscura, di chiudermi in taverna a sviluppare rullini come non ci fosse un domani ricordando cosa mi ha fatto innamorare della fotografia.

La fotografia è tante cose.

Un modo di fermare un istante, il riflettersi della visione del fotografo nel gesto di isolare una porzione di realtà, la possibilità di catturare un’emozione, un mezzo di denuncia sociale, una freccia fatta per toccare i nostri pensieri meno spiegabili con le parole…la fotografia è tutto questo e molto altro, ma lo è per un motivo unico.

E’ una comunicazione progettabile. E per questo la amo. Posso progettarla nell’arco di qualche istante, perchè nella mia testa si accende una lampadina e isolando quel frame che decido di infilare nel mirino, riuscirei ad esprimere ciò che ho in mente. Oppure, cosa incredibile, posso progettarla da casa, comodamente seduta al mio tavolo con le mie penne colorate. E da maniaca del controllo cosa c’è di più bello?

Cosa voglio dire? Quali sono le cose che esprimerebbero al meglio questo messaggio? Come si possono catturare in un dato contesto? Come mi può aiutare la luce a migliorare quello che voglio dire?

Certo, questo non si fa con calma, seduti a tavola, ogni volta. Ma è quando avviene, in pochi minuti o in ore di lavoro, che fa la differenza tra una foto fatta con leggerezza, per i social, che non è da denigrare ma ha tutt’altri scopi comunicativi, e una fotografia che viene da “dentro” o che “tocca dentro” chi la guarda.

Devo ricordarmelo e ripeterlo a me stessa più spesso.

In ogni caso, mentre passeggiavo sulla spiaggia di Rosapineta, con il cane che si trascinava con il suo trotto affaticato ma felice, tra i grandi rami e tronchi trascinati a riva dal mare, mi chiedevo cosa fotografare in quel momento.

Mi sentivo inizialmente un po’ infastidita da una spiaggia così trascurata, proprio il giorno di Pasqua, con la gente che camminava a piedi nudi in mezzo a queste sterpaglie giganti e pesantissime.

Poi ho guardato questi meravigliosi tronchi, reduce dal restauro improvvisato e inesperto di vecchi mobili di legno, con occhi diversi. Come avrà fatto il mare a trasportare quelle tonnellate di legna fino lì e soprattutto, da dove arriveranno? Quanta vita si potrebbe ancora dar loro portandoli a casa e ricavando bellissimi oggetti di artigianato?

Ho scattato qualche foto, guardandoli a colori, ma vedendoli già in bianco e nero. Magari su un bel rullino in camera oscura.

Ho scattato qualche foto, guardandoli a coloti, ma vedendoli in bianco e nero.

Ci siamo poi spostati al Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri. Un posto davvero carino che ha lo scopodi preservare il biotipo variabile di queste zone. Si passa infatti dalle dune sabbiose sulla spiaggia, dove crescono sterpaglie e cespugli molto simili a rovi, a zone dove si alternano arbusti e pozze salmastre, infine alla macchia mediterranea della pineta, fatta da pini marittimi e grandi alberi che portano ombra e sollievo alle specie vegetali che crescono immediatamente sotto di loro.

Un posto pieno di vegetazione che, anche qui come sulla spiaggia, sembra morta e un po’ noiosa e piatta, ma è un paesaggio ricco di vita e soprattutto rappresenta una caratteristica importante della zona Polesana. E’ uno dei cuori pulsanti di quel territorio che io sento come “casa mia”.

Forse, uno dei motivi per cui ho smesso di fotografare, è stato il fatto di pensare di aver bisogno di grandi soggetti per esprimermi. Un viaggio importante, sì, è sempre bello e permette di dire molte cose. Ma in fin dei conti la sfida quotidiana è anche quella di meravigliarsi delle piccole cose che diventano flash di gioia o serenità.

Il progetto, quotidiano, può essere proprio questo.”La vera grandezza consiste nell’essere grandi nelle piccole cose”.
(Samuel Johnson)