Avevo forse 13 anni quando mio padre mi consigliò di ascoltare questa donna cantare “E’ indiana” mi disse. Io, che allora avevo la fissa dei Nativi Americani, corsi a mettere la musicassetta nello stereo. Ora sembra un reperto storico: la musicassetta di Twist in my Sobriety.
Mio padre aveva ragione a consigliarmela, ma Tanita non era una pellerossa, semplicemente padre e la madre sono di origine indonesiana.
Mi colpì, come succede sempre, qualcosa che mi toccava sul vivo: Tanita ha una voce bassa ma calda e originale. In un paese dove i gorgheggi di Giorgia sembrano essere gli unici virtuosismi e dove se vuoi cantare con la tua chitarra e hai una voce da contralto devi abbassare tutto di almeno un tono, mi sembrava incredibile aver trovato qualcuno di speciale con una voce speciale.
La sua voce e la sua musica, niente altro. Fino a che non trovai uno spartito con i testi e le musiche del suo terzo album, non l’avevo mai vista in faccia. E in seguito la vidi sempre solo sulla copertine di musicassette e poi cd che probabilmente ero l’unica a comprare in città.
Al vecchio negozio di dischi di Rovigo solo un’altra persona comprò ben due album di questa cantante sconosciuta. Quell’uomo era il mio futuro marito ma ancora non lo conoscevo e credo che il suo “Ah si, conosco Tanita Tikaram, ho i suoi album” ai primi appuntamenti, pesò un buon terzo dell’innamoramento.
In ogni caso, comprai tutti i suoi dischi, bevendomeli letteralmente. Conoscevo ogni singola parola dei suoi testi. Ma di lei non ho mai saputo, né cercato nulla. Mi godevo la beata ignoranza delle mie assenti conoscenze musicali, gustandomi semplicemente la sua voce e le sue canzoni così originali.
Arrivati nell’epoca di twitter e facebook, quando finalmente ci si sente un po’ più vicino agli amici oltreoceano, ho scoperto che sarebbe venuta in Italia. Unica data, Milano.
Ma anche fosse stata Lampedusa.
Non me la sarei persa per nulla al mondo.
“La salumeria della musica”, locale di Milano dall’invitante nome, mi ha lasciato fotografare l’evento grazie al permesso della manager di Tanita.
Per una volta è stato bello perfino fare la coda davanti al locale: tanti fans, ma non di quelli sfegatati, gente che ascolta un po’ di tutto ed è stato piacevole scambiarsi qualche consiglio musicale.
Una grossissima sorpresa è stato scoprire che Tanita parla italiano e ha trascorso lunghi periodi in Italia. Da un lato me ne rammarico, l’avevo qui vicina, magari ha suonato dalle mie parti e io, nella mia beata ignoranza, non lo sapevo.
Ha suonato principalmente i pezzi del primo album, quello che qui in Italia ha avuto maggiore diffusione. Giusto, è andata incontro al pubblico. Tuttavia sono fermamente convinta che gli album più belli siano i successivi, in crescita continua.
Aiutata con le chitarre e basso dalla famiglia Creswell, Tanita si è anche seduta al magnifico pianoforte a coda preparato sul palco.
Non so descrivere l’emozione di vedere dal vivo, a pochi centimetri da me, la persona attaccata alla voce che conosco meglio in assoluto. La voce che mi ha accompagnata per più di 20 anni e che mi ha distratta, consolata, fatta cantare, suonare e sperimentare.
Ma non credo si tratti solo del fatto che Tanita è un po’ “MIA” proprio per questo essere stata sempre con me, attraverso la sua musica, in tutti questi anni. Credo che ultimamente, mi piaccia conservare l’amore “a prima vista” e alimentarlo, solo per quegli artisti che in un certo senso “crescono”.
Tanita è passata anche per album molto complessi musicalmente e devo ammettere che sebbene le ami tutte, ci sono canzoni per cui ancora premo il tasto “skip”. Si è circondata di bravi musicisti, come appunto i Creswell, ma anche molti altri e ha lasciato passare anche anni di silenzio. Questo dimostra una scelta produttiva che apprezzo moltissimo.








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