Come anticipato è giunto il momento di parlare del “mio”tanto atteso convegno del Ventennale Cicap.

Ormai sono passati mesi, lo so, ma come per ogni esperienza forte ha bisogno di un momento di pausa per vederla in termini più obiettivi.

Obiettività: il tag di oggi.

Ebbene, se il Cicap aveva in bene o male sempre fatto parte della mia vita in modo discreto e simpatico, attraverso la pubblicazione “ S&P”che arrivava a casa e  passava attraverso entrambi i comodini di camera mia, quest’anno mi ha coinvolta direttamente.

Iniziata come una sorta di “debito morale” nei confronti di un gruppo decisamente accogliente, quando nel 2004 al World Skeptic Congress in dolce attesa di 8 mesi mi trovavo sempre riservato il posto vicino ai bagni (sante donne!) senza che nessuno di loro avesse mai visto la mia faccia ma semplicemente per essere un’abbonata incinta, ho finito per trovare in questa istituzione una sorta di filo conduttore a tutto ciò che in qualche modo mi tocca.

A maggior ragione sentivo ancora più la necessità di documentare questo convegno  in maniera più “importante” possibile.

Ed ecco che sorge il punto centrale: come si fa un reportage di questo tipo?

Cosa devono mostrare le mie immagini?

Perchè un discorso è documentare, un discorso è rappresentare.

E ancora meglio se potessi fare entrambe le cose contemporaneamente.

Per documentare bastava cogliere qualche scatto che illustrasse i vari momenti del convegno, i relatori che sono intervenuti, la presenza del pubblico, chi ha collaborato.

Allora perchè tutta questa tensione (positiva)?

Perchè per me reportage non significa solo archivio fotografico. Perchè se devo fare una foto che veramente dica qualcosa su ciò che sta succendendo, devo sentire io per prima che quel qualcosa mi coinvolge.

Ma allora, mi domando, si tratta ancora di reportage?

Riguardando gli scatti fatti durante le relazioni di Matteo Borrini, con la sua coinvolgente storia di archeologia forense, che ho ritratto divertendomi a giocare con la sua ombra fortemente proiettata sul muro, quasi a ricordare l’argomento vampiresco trattato con ironia dal relatore  (e che più di tutto mi ha dimostrato quanto anche l’indagine storica sia importante nei mezzi di ricerca del cicap), o anche solo quelli fatti al presidente Steno Ferluga mentre proponeva con delle semplici slide statistiche il modo in cui sono cambiati gli interventi del Cicap negli ultimi vent’anni, determinando in questo modo anche l’evoluzione delle credenze irrazionali della nostra società, mi sono resa conto di quanto mi sbagliassi quando credevo che la mia formazione non potesse aver a che fare con il Cicap.

Inevitabilmente ciò che il convegno ha trattato ha disegnato uno spaccato della società in cui viviamo, dove l’irrazionale, l’inspiegabile e l’insolito non sono più la proiezione di paure ancestrali, ma future.

Sono la psicologia delle dinamiche sociali e quella delle patologie individuali, attraverso i racconti di Luciano Arcuri e di Armando de Vincentiis che ci spiegano quanto, oggi come oggi, prevalga il fattore umano su quello fisico chimico. Non siamo più chiamati a spiegare perchè succedono fenomeni fisici (a parte quando si tratta di strane scie nel cielo, ma Simone Angioni, con la sua giovane ironia ci spiegherà che ciò che è più difficile accettare di questo fenomeno non è tanto la sua aderenza a semplici reazioni, quanto la sua non appartenenza a complotti loschi e radicati in ogni dove nella società), ma come la psiche si comporti di fronte a ciò che apparentemente è diverso.

E niente è più influenzabile della psiche umana quando vuole credere qualcosa, essa convince addirittura i nostri sistemi percettivi.

Si può fare un reportage obiettivo dunque mentre si ascolta la relazione di Marco Morocutti che prende un po’ in giro tutti noi dimostrandoci come le orecchie di chiunque siano portate a credere ciò che il cervello  fa credere in base alla situazione che lo influenza? Anche qui i miei scatti si sono concentrati nella parte che mi ha sorpresa e divertita di più, perchè componente principale del messaggio che il relatore intendeva dare.

Come per la relazione di Morocutti, anche la serata dedicata alla Luna, con i racconti di Umberto Guidoni e la scoppiettante ironia di Paolo Attivissimo ci ricordano come possa essere sorprendente la tesi di chi crede che sulla luna non ci siamo mai stati: la vera fantascienza è la teoria complottistica.

E vogliamo parlare delle foto alla ricostruzione della Sindone? Parliamone!

Mentre mi spostavo continuamente per cercare di prendere quel mega lenzuolone da un punto di vista tale che si cogliesse la sua grandezza e nello stesso tempo il clima di quel momento importantissimo durante il convegno, continuavo a chiedermi come accidenti avesse fatto Luigi Garlaschelli a fare un lavoro così.

Non tecnicamente, perchè l’ha spiegato lui stesso con tanto di immagini (certo, un reportage del suo lavoro!), ma moralmente e fisicamente.

Alcuni l’hanno vista come una sfida ad alcuni dei più importanti istituti cattolici di ricerca, altri come un momento di vanagloria, ma sicuramente c’è voluto del coraggio per iniziare, portare a termine ed esporre un lavoro così.

Dunque perchè? Perchè è lo scopo del cicap:promuovere lo spirito critico non infangare i fedeli, ma puntalizzare sul fatto che la fede è una scelta. Non ha bisogno di sangue che diventa liquido, né di immagini impresse su di un telo. Quello sono il frutto di una cultura della reliquia, di cui, inevitabilmente, siamo ancora vittime anche nelle situazioni non religiose.

Coraggio e passione dunque.

Ed è quello che volevo saltasse fuori dalle foto fatte nell’intimo dialogo tra Massimo Polidoro e Piero Angela… che a guardarle velocemente quelle immagini sembrano tutte uguali.

E magari è così, ma scorrendole sento quell’atmosfera che si è creata in sala: una grande ammirazione per un uomo che ha creato un’associazione criticata da molti e che per molti anni non ha avuto facile sopravvivenza, che ha trovato l’appoggio di grandi scienziati per gli obiettivi che persegue ma che sulla scena pubblica italiana ha costituito una presenza ingombrante e scomoda e tutt’ora è una voce anti-audience.

Se James Randi non era presente, fisicamente, si è materializzato nei discorsi e nei filmati proiettati, emergendo come elemento chiave nei ricordi di un Massimo Polidoro giovanissimo, la cui convinzione per le proposte del neonato cicap lo portano a scegliere quegli obiettivi per la sua professionalità e per il suo futuro.

Non si coglie da quei sorrisi scambiatisi sul palco al ricordo di quelle situazioni?

E’ reportage questo?

Il coinvolgimento è la componente chiave anche delle relazioni degli amici Torinesi: già “assaggiata” al convegno della Fornace Carotta l’ironia simpatica e coinvolgente di Beatrice Mautino, stavolta in coppia con Stefano Bagnasco, ci ricorda come non si possa dimenticare che alla base di ogni indagine sta una cura verso il metodo; Andrea Ferrero invece ci riporta quasi a temi medievali, con Stregoneria e sette tornate ultimamente di moda, prendendo il posto dei cerchi nel grano di Francesco Grassi che ci mostra delle spettacolari formazioni che negli ultimi decenni, abbandonando, almeno nella maggior parte dei casi le loro pretese paranormali (non mancano tuttavia i sostenitori sfegatati), hanno dato origini a una vera e propria nuova forma di arte contemporanea.

Ma tutto questo l’ho solo fotografato?

Ogni argomento ha in qualche modo toccato qualche inevitabile connessione della mia formazione e dei miei interessi e dunque, fotografando, ho interiorizzato quei momenti come importanti per me.

Per me.

Evidentemente il mio non è e non sarà mai un reportage obiettivo.

Tanto meno in studio, quando mi sono trovata faccia a faccia con queste persone che mi “mandano a casa ogni giorno con dei grilli per la testa” sono riuscita ad essere totalmente obiettiva, rispettando alla lettera il programma prefisso.

Perchè poi, non a tutti piace essere fotografati e quando la cosa ti viene proposta come necessaria ai fini reportistici non tutti reagiscono allo stesso modo.

Sono più a mio agio con i maghi, Silvan a parte (che mi inginocchierei dopo averlo sentito parlare con Massimo durante il convegno e averlo visto alla serata magia).

La maggior parte di loro passano per lo studio prima che i postumi della serata magia mi colpiscano in maniera indelebile, rafforzati dal workshop, e questo gioca teoricamente a mio favore: non ne conosco manco mezzo e sinceramente se c’è un ambito del cicap che proprio non mi coinvolge è proprio la collaborazione con la magia e l’illusionismo.Almeno così credevo.

Sarò pure più documentativa allora?

E così finisce che riesco a morire dal ridere mentre ritraggo Andrew Basso con il suo braccialetto di manette prima di rendermi conto che quelle sono forse le foto tecnicamente e comunicativamente più riuscite… eh.. capacità innata quella di stare sulla scena: prendiamo Walter Rolfo, non ha con sé nemmeno un coniglietto (meglio, perchè 300 bestiole vive,con annessi e connessi, non ci sarebbero proprio stati in quello studio), o una colombella ma sicuramente la presenza scenica non gli manca. Come la sera durante lo spettacolo, colpiscono sicuramente la teatralità, la fotoscenicità del suo numero e l’interpellazione indiretta del pubblico e, in questo caso, delle due piccole telecamere e  del mio obiettivo.

Peccato che il giorno dopo, al workshop, mi giochi la tanto ricercata obiettività reportistica anche in questo settore: tra gli spunti forniti da Alex Rusconi, la simpatia del nostro Nicolas D’amore, e infine la convinzione trasmessa dallo stesso Rolfo, torno a casa convinta che la magia, alla fine, ha molto, troppo, a che fare con ciò che interessa a me: è linguaggio, è comunicazione, è voglia di trasmettere delle emozioni quindi ricerca di una sorta di empatia. Non è dunque lontana dalla fotografia.

La bravura non è convincere di essere detentori di grandi poteri è sorprendere quando la gente è già consapevole che ci sia un trucco.

Troppo facile coinvolgere uno che si aspetta un fenomeno paranormale: molto più impegnativo far comprendere quanto la vera magia sia, ohimè anche qui, un metodo.

In fondo, riguardando tutti gli scatti, sono contenta di non aver fatto un reportage.

O almeno di averlo fatto influenzato dalla mia sorpresa, dal mio coinvolgimento negli eventi e nelle relazioni.

La maggior parte delle persone è convinta che spiegare i fenomeni, giustificare, trovare una logica, applicare un metodo critico sia qualcosa di immancabilmente noioso.

Se le mie foto non sono obiettive, e riflettono qualcosa di personale, non possono che testimoniare che non è così. Che non c’è niente di più sorprendente della scoperta quotidiana della razionalità e naturalezza di piccoli e grandi eventi insoliti.

Un grazie, grande come un anno di lavoro,  per la sopportazione e il supporto della sottoscritta al Gruppo Veneto del Cicap.

Un grazie che va al di là delle parole e delle immagini, perchè il “mandarmi a casa ogni volta con dei grilli per la testa” è il più bel regalo che potessero farmi.