Seppellite il mio cuore a…

Seppellite il mio cuore a wounded knee, diceva un conosciuto testo, riprendendo un episodio molto tosto della storia dei Nativi Americani.
Ecco, il mio cuore, o meglio un pezzettino, sta qui.
In questa piazza.

Ci sono dei posti che hanno una valenza affettiva che va molto più in là della loro storia.
E così, se avessi avuto una macchina fotografica decente allora, qui ora ci sarebbe una vallata insulsa, con degli squarci nelle radure che fanno emergere rocce nude.

Si vedrebbe il corno bianco illuminato dal sole, mentre tutto il resto della vallata scende nel buio.
Se fossi stata lungimirante, ora avrei uno scatto di quel pendio scosceso oltre la staccionata del parcheggio, dal quale si sentivano le mucche, ma nessuno le ha mai viste; dal quale si distingueva un ruscello, ma nessuno l’ha mai scorto nella vegetazione, dal quale si sentivano i boscaioli e tutti ci ridevano e trovavano rime idiote.
Non sono stata lungimirante, ho solo l’immagine mentale di quel posto. Sono rimasta ore seduta sulla staccionata, con la lucida consapevolezza che quel posto avrebbe cambiato in qualche modo la mia vita, in una minima o massima parte la mia visione delle cose.
E lo ha fatto.
Che c’entra con piazza dei miracoli? Il legame è lo stesso. Le facce che rivedo in quella piazza, i ricordi si collegano.
Così un paesaggio di montagna, insulso per chiunque, ma unico per me, si teletrasporta qui.
Così anche una foto classica, con uno dei più fotografati monumenti d’Italia, per me diventa unica.
Guardandola, mi sembra di tornare indietro e indietro all’ultima volta che ero lì.

Tutto questo per dire che le immagini che non hanno senso per alcuni, possono essere tutto per altri.