“Visto che ci sei, esci in calesse o prendi il tuo velocipede, aziona il tuo grammofono e telegrafa a tua madre!” Mi prende in giro mio marito da quando ho fatto una scelta molto vintage nell’ambito della fotografia.
Da tanti, troppi mesi, non trovavo nulla che mi entusiasmasse in questo settore. Qualche libro, certo, qualche bella raccolta di scatti, ma davvero cominciavo ad essere veramente intollerante alle “vetrine fotografiche” in cui si erano trasformati siti, gruppi Facebook, associazioni di fotografia, alcuni professionisti e altrettanti “aspiranti tali”.
Che c’è che non va? La condivisione, il confronto, sono sempre stati il punto forte della mia ricerca, in qualunque settore mi interessasse. Perché ora li schifavo?
Dopo tanto tempo che non andavo al fotoclub, con una gran voglia di vedere i miei amici, mi ammosciavo dopo essere cascata proprio nella serata “giro fotofile” dove una vetrina interminabile di foto, alcune anche di un certo livello, sembravano scaldare gli animi più di un punch in una giornata d’inverno.
Che ho che non va? In fin dei conti, è questo che faccio. Prendo la macchina, scatto e faccio vedere le mie foto. Probabilmente è ciò che farò ancora. Cos’è che mi annoioa, che mi fa sentire appiattita in mezzo a un mondo stracolmo di immagini, e non tutte necessariamente brutte, che mi fa passare la voglia di prendere la macchina fotografica e farmi ore fuori con il peso e la fatica che si sentono solo quando si torna a casa?
Non ho terminato di esplorare le vie del digitale, sono anzi molto ignorante. La storia della fotografia, nonostante l’infarinatura generale, mi riserva ancora molte sorprese e tempi da approfondire.
E dell’analogico che vogliamo dire?
Nell’epoca degli “scatti a raffica” o come diceva qualcuno a fine ‘800, nel periodo in cui siamo un po’ tutti “schiacciabottoni” (si, nell’800 c’erano un sacco di “fotografi della domenica”), prendere in mano la vecchia F1 di mio padre è in effetti come fare un giro in calesse mentre tutti stanno sul SUV.
O forse…. Forse è come ascoltare un vinile e alzarsi per cambiargli lato.
Chi meglio di Alessandro Cattaneo, amico e grandissimo conoscitore del settore musicale, collezionista di primo grado ed esperto di … tutto, può aiutarmi a capire se veramente ciò che stiamo facendo è “tornare indietro”?
Lo stresso grazie a Fb e mi risponde con disponibilità e pazienza. Fondamentalmente gli chiedo “perché il vinile?”
Perché il vinile? Perché hai un oggetto “materiale” in mano; di alta qualità e con tutte le informazioni che di solito un vero appassionato richiede (musicisti, testi, produzione, etc….). Il tutto generalmente in grande formato per cui leggibile…… (cosa non trascurabile). Credo che il paragone possa essere riportato un po’ alle macchine fotografiche, una piccolina può essere un mp3, fai le foto “ricordo”, ti accontenti e basta. Una macchina digitale seria è come un file in alta definizione, ti da il meglio (se la sai usare). Una vecchia macchina fotografica con il rullino è come il vinile, se poi ti sviluppi e stampi le foto ti permette di veder nascere ciò che hai creato e la soddisfazione è massima.
Rifletto sul fatto che giusto pochi giorni prima ho comprato un hard disk nuovo per accatastare tutti i jpeg che ho accumulato negli ultimi anni. Il 500giga è stracolmo. Ma cos’ho stampato? Nulla. Non avevo neanche la stampante fino a un mese fa. In mano non ho mai nulla. Non ho idea di come sia la qualità di quello che faccio, poichè solo il monitor mi dà retta.
E in effetti, come ho potuto capire in seguito, avere in mano una stampa bianco e nero è qualcosa che va davvero molto oltre all’idea di aver fatto un buon servizio digitale. Se si tratta di un buon bianco e nero l’immagine è viva. E’ tridimensionale. E l’interazione non avviene solo attraverso la vista, ma anche attraverso il tatto. Si ha quasi la percezione che in qualche modo il colore “distragga” dalla vera forma di ciò che hai fotografato, che il momento anche più banale sia ritratto nella sua vera sostanza.
Intuisco che sarà uno strumento emotivo potente con cui giocherellare.
Continuo con le mie domande da psicopatica e Ale aggiunge
Il vinile poi è anche ritualità (così come la foto in B/N la devi sviluppare e stampare e richiede tempo): il disco va tolto dalla bustina protettiva, il vinile estratto con attenzione, posato sul piatto, pulito, la testina deve scendere al punto giusto e dopo circa 20 minuti bisogna alzarsi dalla poltrona per cambiare lato….. Un archivio di files digitali lo puoi mettere anche random e lasciare andare per tutto il giorno, magari mentre sei al pc (come sto facendo ora) o fai altre cose. Il vinile richiede “attenzione” ed anche “amore” (visto che può rovinarsi).
il vinile è anche “bello”. Un file digitale non può avere fascino.
Cosa intendi per “Bello”?
Intendo proprio bello. E’ un oggetto che in alcuni casi è quasi un’opera d’arte; basti pensare a dischi con copertine disegnate da pittori o fumettisti famosi (Warhol su tutti, ma ad esempio qui in italia le copertine de Le Orme – Felona e Sorona e Uomo di pezza; oppure quella dei Garybaldi disegnata da Crepax. Bello perché quando prendi in mano un disco in vinile trasmette qualcosa di piacevole, trasmette comunque sensazioni (come una foto d’altra parte)
Mi rendo conto che in fondo non sono così psicopatica, anzi che forse sono sulla buona strada. Sebbene già avessi usato il rullino, sono passata troppo in fretta al digitale, senza esplorare le strade del “slow thinking” fotografico che può offrire l’analogico. Forse è giunto il momento di uscire dal loop del scattare a tutti costi immagini che parlino e avere esaurito le cose da dire.
Come il vinile, anche le immagini hanno bisogno di una “cura” alla quale ci siamo disabituati.
Forse è il momento di prendere in mano le foto ancora prima di scattarle. Quello che mi manca probabilmente è l’impegnarmi in qualcosa di vero, qualcosa che faccia delle mie foto un’espressione unica, per quanto alle prime armi e per quanto incapace sarò.
Riflettendoci mi rendo però tristemente conto che la mia cultura di camera oscura si limita al “arrrrrrghhhhh attenta a non aprire la porta” di mio padre quando ero piccola e al “nooooo le pinze dello sviluppo non nel fissaggiooooo” del fotoclub. Qualche nozione su come si faccia una provinatura, ma niente altro.
Devo ripartire da zero.
Per fortuna i fili che mi uniscono a strade di altre persone non si spezzano tutti, molti sono sottili ma robusti, come dice il libro per bambini che spesso cito, e tra chi ha iniziato con me il percorso e chi ho trovato lungo la strada, ci sono ancora tante persone con cui posso camminare e che mi offrono ottime chiavi per queste nuove porte che voglio aprire.

Corso Avanzato di Fotografia Bianco e nero, Davide Rossi.
Provino di uno dei miei primi negativi scattato con sistema zonale.
Il marito che mi offre un calesse mi ha regalato un corso avanzato di bianco e nero, perché sa quanto me che per imparare ci deve essere pure qualcuno che insegna; mio padre, che imprecava quando aprivo la porta della camera oscura, ora dovrà farlo con mio figlio… e la storia si ripete.
PS: Grazie Alessandro!!!


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