Qualche giorno fa, per un servizio fotografico alquanto speciale, ho tirato fuori un libro che non aprivo da tempo.
Serviva un’atmosfera antica, intima, concentrata, così al mio amico che faceva da soggetto delle foto ho messo in mano questo libro.

HANTA YO, scritto da un’autrice americana di cui non ho più saputo nulla da anni.
La cosa bella di questo libro, oltre ad avere come tema la mia grande passione adolescenziale, è di essere stato scritto in americano, tradotto in lakotah, e poi rivisto in americano. L’idea era quella di “epurare”dalla lingua “bianca” i concetti che non appartenevano alla cultura dei nativi.
Ho un grosso rammarico verso questo libro e lo dico con il cuore. Rileggendolo ora, dopo l’avvento della new age, dopo che le filosofie olistiche hanno fagocitato tutte le peculiarità delle culture dei nativi di molte zone del mondo, dopo che “la profezia di celestino” ha fatto di qualsiasi cosa che parli della natura una sorta di inno all’individualismo… leggerlo ora, significa non cogliere più il contesto storico di quello splendido racconto.
La condanna ultima a questo popolo, e a molti altri a mio avviso, è stato fagocitarne alcuni dogmi e riutilizzarli ad hoc per le proprie convenienti filosofie di moda, e riadattare a tutti i costi elementi che avevano un senso IN QUEL CONTESTO a situazioni attuali che niente hanno in comune.
Ho sentito di gente che oggi come oggi fa capanne sudatorie per ritrovare se stessa, poi prende la sua bella macchina con marmitta non catalizzata per tornare in città e non accorgersi minimamente di ciò e di chi lo circonda, convinto di essere detentori dello spirito degli indiani d’america. Non ci siamo gente. Forse è peggio che vendere l’alcool a toro seduto o far cacciare i bisonti sul palcoscenico di W. F. Cody.
Leggere oggi frasi come
“ lo spirito non crea e non conosce barriere, lo spirito conosce come unico legame, la gioia”
non ci fa forse avere un rigurgito di un mal digerito James Redfield?
Eppure da qualche parte l’ho messo Redfield… ah si tra l’intestino tenue e il crasso qualcosa ritrovo:
“La sfida sta nel trovare un raggio di luce in ogni avvenimento, anche in quelli negativi”.
“La nona illuminazione rivela il nostro destino finale. Rende tutto chiaro come il cristallo.
Ripete che in quanto esseri umani noi siamo il punto d’arrivo dell’intera evoluzione.”
(J.Redfield, La profezia di Celestino)
Bello no, mica sono cose brutte, perché mai mi accanisco tanto?
Perché la prima è stata scritta pensando a un popolo vissuto negli anni ‘30 dell’800 e risvegliando una saggezza nata molto prima che il retaggio culturale Europeo, con i suo mille DEI aspiranti al monopolio, vi si sedesse sopra; la seconda è stata scritta dopo aver letto l’oroscopo di Branko o di Paolo Fox. Fatti bene, per carità, ma sempre basati sul niente o sulla rielaborazione della psicologia spicciola.
I lakotah erano guerrieri, certo, e avevano un tessuto sociale piuttosto complesso. Conoscevano la vendetta e la maggior parte delle competenze sul territorio su cui si muovevano erano destinate alla sopravvivenza: la caccia, la guerra.
Ma conoscevano le risa, il gioco, la passione per la musica, la necessità di tramandare, il legame accogliente e a volte doloroso della famiglia, la necessità di punti di riferimento.
Il libro racconta e fa comprendere come la magia, la visionarietà, fosse una parte importante della vita degli indiani. Nell’ottocento almeno, quando li abbiamo incontrati, erano popolazioni fondamentalmente, si potrebbe dire senza osare, sociologicamente primitive.
E’ forse in quella freschezza originaria che ho trovato il fascino di ripercorrere la storia di questi popoli. Perché è vero che avevano un’attenzione particolare per la natura, come hanno ampiamente sottolineato le recenti filosofie new age, ma avevano un senso della società e del gruppo che in troppi dimenticano di evidenziare.
I lakotah (perché li conosco meglio ma credo potrei estendere lo stesso ragionamento a molti altri gruppi) insegnavano ai loro figli quanto fosse importante fare un DONO. Qualsiasi evento, nella vita di un giovane, veniva festeggiato regalando oggetti e non necessariamente ricevendoli.
“Sono andato nudo, ma non ho imparato nulla sulla sofferenza, ho scoperto invece il vero significato di donare tutto ciò che si possiede”.
I lakotah insegnavano a rispettare la saggezza degli anziani,depositari della storia dei clan, a rispettare le donne che erano considerate le detentrici dell’onore di una famiglia, ma soprattutto conoscevano il significato dell’amicizia.
E qui fondamentalmente trovo un carattere innovativo rispetto alla nostra tradizione. L’amicizia, in Europa, ha sempre occupato un posto di minore interesse rispetto all’amore, al matrimonio. E due amici , nel nostro immaginario collettivo, sono fondamentalmente due uomini che fumano il sigaro parlando di politica, al massimo due donne che ridacchiano dei propri mariti mostrandosi i cappellini nuovi, o allattando.
Nessuno pensa all’evolversi della storia dell’amicizia come a qualcosa di eterosessuale.
Gli indiani invece avevano istituito, secondo le fonti orali, la cerimonia “hunkagapi” che alla lettera vorrebbe significare “imparentamento per scelta”. Era un rito (un po’ tutto veniva celebrato con un rito), che originariamente serviva perché gli anziani rimasti soli non venissero abbandonati dalla società o dal gruppo (in alcuni casi gli anziani si isolavano volontariamente al momento della vecchiaia per non pesare sugli spostamenti dei clan). Così un giovane veniva invitato a scegliere un anziano come secondo padre, al quale si affidava e che a sua volta avrebbe supportato.
La cerimonia implicava questo concetto di “scelta” che mi ha sempre toccata in qualche modo. Insomma, noi non siamo in grado di sceglierci i genitori o i figli, eppure il legame è inevitabilmente forte, nel bene e nel male. Perché allora non “santificarne” uno di nostra scelta? Ecco che la cerimonia si estese all’unione tra famiglie. Due amici diventavano “fratelli per scelta”, che fossero uomo o donna non faceva poi molta differenza. La cerimonia Hunka finì per servire a consacrare legami di amicizia, rispetto, affinità tra persone. “Amico –Fratello” era colui che era scelto come si sceglie un amico, e con il quale il legame è forte come quello del sangue.
Non è un concetto assolutamente moderno questo? Non è forse un elemento di questa cultura che fa riflettere? Quanti di noi sono costretti ad ammettere di avere qualche rarissima amicizia nella miriade di conoscenze con cui la vita ci mette a contatto? Quanti di noi vorrebbero poter dire di aver trovato il proprio “hunka” almeno una volta nella vita? Personalmente ho ammirato questo concetto fin dal primo momento… probabilmente per il mio lato esposto a questo tema, ma anche perché nessun libro di storia americana ne parla ampiamente.
E ovviamente per tutto il resto delle filosofie odierne è bastato appropriarsi di ciò che riporta all’individualità dei valori e queste chicche sono state scartate. Certo, per passare all’ultimo grado di illuminazione può forse servire qualcun altro, se l’illuminazione viene da dentro di noi? E che cavoli, s’è mai sentito qualcuno meditare in compagnia? Per telepatia forse…
“Mai io vivrò per te, fratello amico, ma morire per te, questo sì, lo farò”
Da Hanta Yo, di Ruth Beebe Hill


Agosto 27, 2010 alle 6:49 am
Credo che a questo punto il libro “Meditazione e Fotografia” che ti ho consigliato ieri sia un must….
Trovo inoltre che nel film Avatar ci sia neanche poco celata la storia degli Indiani d’America (con finale più piacevole)… ovvero i veri nativi… non quelli che hanno distrutto una popolazione segregandola in comunità per poi vantarsi di “esportare la democrazia”.
Agosto 27, 2010 alle 8:20 am
in quanto esseri umani noi siamo il punto d’arrivo dell’intera evoluzione
What?
Mi verrebbe da commentare “grazie di tutto il pesce”… questo è il classico esempio dove di evoluzione ci si riempie la bocca senza capirci nulla.
L’unica cosa che ci ha dato l’evoluzione è un rapporto tra massa cranica e massa corporea un pelino superiore ad altre specie. Non siamo né i più veloci, né i più forti, non sappiamo volare, nuotiamo in maniera imbarazzante (questo almeno è quello che mi ha detto un delfino tempo fa). Il punto d’arrivo dell’evoluzione potrebbe altrettanto bene essere la gazzella, l’elefante, l’aquila o il delfino.
L’appendice, gli stinchi esposti, i denti che si cariano, l’aggressività ecc sono tutte prove che l’evoluzione è un continuo divenire e ha ancora un sacco di lavoro da fare.
Infine, su scala evolutiva (miliardi di anni), l’homo sapiens sapiens verrà ricordato come quella specie i cui fossili sono stati ritrovati in concomitanza con uno strano e inspiegabile picco di CO2 e temperature. Boyager dell’epoca ci farà forse anche una puntata… altro che “punto di arrivo dell’evoluzione”.
Agosto 27, 2010 alle 1:09 pm
AHAHAHA Si proprio. Quando ho letto quella frase ho pensato: e se adesso arrivassero fantastici omini verdi a magiare noi come noi mangiamo un pollo, la nostra specie potrebbe estinguersi come molte altre. O un qualsiasi altro evento naturale.
Certo, ci siamo evoluti anche come società e non solo come singoli, ma sta nella natura stessa dell’evoluzione probabilmente.
Quello che veramente mi fa arrabbiare di questi geni della new age, di queste filosofie alternative, di questo “OHMMMMM” generale, è che si appropriano dei qualunquismi più qualunquistici di culture che invece, nel loro contesto, avevano una ricchezza di concetti immensa.
Questo è ancora peggio che mettere KO un popolo, come dice Giorgio, con il pretesto della democrazia.
I nativi hanno un po’ di riferimenti alla natura? Figo, mi viene comodo in questo periodo di medicine alternative…prendiamo e buttiamo dentro al calderone. I buddisti che hanno di buono? I livelli di illuminazione? Piglia, pure quello vah.
Per me questa è la vera violenza.
Pensa, Marko, cosa dicevano riguardo a ciò che non riuscivano a spiegare
“Finchè un uomo non conosce qualcosa usa una parola, MISTERO. E mistero significa mistero, non qualcosa da personificare. Riconoscete, dicevano gli antenati, che non esiste nulla di innaturale e che quando l’uomo conosce tutta la verità, dà un nome a cuiò che prima aveva chiamato mistero”.
(E’ un’antica trascrizione ma non ne conosco la fonte originaria, dovrebbe venire da un’intervista al capoindiano che collaborò per la redazione del libro)
Lampante no? Poi siamo arrivati noi, coi nostri bei retaggi e il mistero l’abbiamo chiamato il loro “dio”. Se parlavano di “Grande MIstero” intendevano la forza che muove i fenomeni, una forza che non conoscevano ancora. La fisica, la biologia, l’astronomia? No, noi l’abbiamo chiamata DIO, perchè noi la chiamiamo così. E se è così, bene, ma non stava a noi imporlo agli altri. Ma qui entriamo in altri campi.
Ma chi se ne frega, siamo il punto di arrivo dell’evoluzione no? Abbiamo comunque bisogno, secondo Redfield, di uscire dal nostro involucro per fare esperienze illuminanti.
My God, basteranno i due flash da 180 o dovrò accendere anche quello da 250 per illuminarmi?
Sarò abbastanza illuminata per poter vivere le prossime 500 vite come farfalla invece che come puerco (eh insomma prendiamo pure qualcosa anche dall’oriente no?)?
Agosto 27, 2010 alle 1:39 pm
si appropriano dei qualunquismi più qualunquistici di culture che invece, nel loro contesto, avevano una ricchezza di concetti immensa.
Esempi nell’ambito scientifico: “tutto è relativo” e “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, oltre a tutto l’ambaradan della fisica quantistica.
Agosto 27, 2010 alle 1:57 pm
Senti questa
“Ogni generazione assorbe più energia e accumula più verità, e trasmette tale condizione alle persone della generazione successiva, le quali la ampliano ulteriormente.”
E’ degna di Branko no?
Ottobre 10, 2010 alle 1:15 am
Un saluto a tutti.
Lessi Hanta Yo nei primi anni 80, se non prima.
L’ho apprezzato e ricordandomene giorni fa, e visto che è andato perduto, ho pensato di ritrovarlo e rileggerlo, e donarlo.
E nel mentre lo cercavo, oltre a trovare questi vostri commenti ho trovato in rete le seguenti recensioni e dure critiche, su un sito di nativi americani Lakota-Dakota-Sioux:
https://facultystaff.richmond.edu/~rnelson/asail/
https://facultystaff.richmond.edu/~rnelson/asail/SAILns/34.html
Qui sotto un breve brano:
“(Ruth Beebe) Hill uses Indian materials to comment on America. She characterizes the fierce individualism that her book glorifies as “the spiritual source not only of the American Indian but of America itself.” She ignores the strongly cooperative, integrative aspects of traditional tribal life and glorifies instead the individuality of the warrior and hunter. Her characters are all societal misfits, forsaking sex, love, marriage, happiness, religion or life itself in an incessant mystical quest after individual self-expression.
Perhaps the novel is, after all, to be taken allegorically. A self-proclaimed devotee of Ayn Rand, Hill feels the United States has gone sour, sacrificed individual freedoms for misguided social responsibility. However, to attribute this perspective to a Native American nation whose history and culture are likely to be remembered by thousands of readers (…) from this book alone is irresponsible. In the name of accuracy, the book distorts beyond recognition the past of a people who–despite the implications of the book–are not dead and vanished but are very much a part of the contemporary American scene.”
Secondo queste fonti, le profezie di celestino vanno retrodatate:
“Hill translates her title as “Clear the Way!” in fact Hanta Yo means “Move it! Scram!,” a command addressed to one person, usually a child”…
“There is not a whole hell of a lot left to say except that the reading public has become a function of the publicity departments of large conglomerate publishers. If people are determined to consume intellectual junk food, that’s fine. As to Ruth Beebe Hill and Chunksa Yuha, alias Lorenzo Blacksmith? Well, what the hell. They are in their declining years and probably still don’t have the foggiest idea they have done anything stupid. They {67} created a strange world which never existed, lived in it for some 14 years, and somehow found a way to make some bread off it. With the current rate of inflation, what difference does it make if they come away with a little bread out of the deal? Whatever they make is probably still not sufficient compensation for the confusion they have about the world, the Sioux, and literature and song.
In this whole review I have deliberately used the word “Sioux” rather than “Dakotah” or “Lakotah” as Hill and Lorenzo are inclined to refer to our people. Today we are still alive, not remnants of any degenerate race. We have formally called our tribes “Sioux” and we speak of ourselves popularly as that when we confront the non-Indian world. And I believe it is the only accurate and modern way to speak of us. I think our job is to redouble our efforts to counteract nonsense such as HANTA YO and to try and enlist the remaining intelligent people in the United States to help make sure that such derogatory trivia does not again appear in print.”
Robert Nelson rnelson@richmond.edu
Saluti
jure
Ottobre 10, 2010 alle 3:54 pm
Molto interessante. Grazie!
Anche a me è piaciuto tantissimo questo libro, peccato per le sue manipolazioni in generale da parte di chi, leggendolo, lo ha fatto diventare un conglomerato di teorie new age.
Mi pare di aver inteso che alla stessa Hill viene criticato la mancanza dell’aspetto solidale e societario dei Nativi, giusto?
Effettivamente me lo sono chiesto anch’io ma non trovato un gran che, allora, sulla letteratura dei nativi.
In Italia poi… figuriamoci!
Ottobre 10, 2010 alle 9:22 pm
Prego…
Ma il punto che vorrei chiarire e verificare è se ciò che sostiene il Nelson è vero.
Per leggere tutta la documentazione da me trovata ieri ci vuole una settimana, figurarsi per verificarla. Ma come dovremmo sapere e ammettere non è la quantità di sostegni ad una tesi a renderla vera, quanto invece la sua dimostrazione. Un metodo scientifico, insomma.
Tanto per non parlar solo di farfalline, che senza badare a noi stanno nei campi assieme al resto del popolo dell’aria, se però non lo cacciano coi pesticidi o con i trattori, come han fatto con i cannoni con i clan dell pianure e delle colline nere. E pure con Jod di Furore. E poi in asia, sudamerica, e oggi…..
Insomma, verifichiamo chi era Chunska? e tutte le altre questioni poste dal Nelson e da altri? E’ dimostrabile la credibilità di Ruth Hill? O perlomeno una sua ingenuità sncera? C’è uno studio dei nativi Lakota che la assolve dall’accusa di averci marciato, o addirittura di aver creato per danaro l’immagine dell’indiano buono? Perchè è questo ciò che ho trovato su di lei, niente a favore. Nessuno ha altre notizie? Le opinioni possono esser belle ma non insegnano storia. E le favole son belle per assunto ma spesso usate per infinocchiare, scusate il termin volgare.
jure
Ottobre 11, 2010 alle 12:46 pm
Beh Jure, io non ho mai preso Hanta Yo per qualcosa da verificare, proprio in quanto ROMANZO. Ho sempre letto e riletto il libro sulla base poetica e stimolante che esso mi offriva.
La documentarietà è altra cosa.
Che la Hill si sia presa la briga di inventare la figura di Chunska per raccontare una saga inventata da lei o meno, mi interessa relativamente. Se voglio scoprire qualcosa di più sui Nativi dovrò partire dai libri di storia, da articoli, da interviste e da fonti storiche vere e proprie.
Quello che mi ha sempre fatto incavolare, e che tu hai rilevato, è la mancanza di fonti reali sulla cultura dei nativi.
Ma perchè? Perchè tutto è passato al mito, alla moda, alle bancherelle nelle fiere che sfoggiavano medicine wheels e acchiappasogni come orecchini e collanine.
Paradossalmente ho trovato più documentario il “diario” di George Catiln, pittore che viaggiò attraverso le grandi pianure, che raccontò ciò che vedeva coi suoi occhi occidentali, sì, ma fatta la “tara” a ciò che racconta si tratta sempre di una fonte interessante.
Sinceramente non ho dato un peso documentario nemmeno al linguaggio raccolto alla fine del libro con il simpatico dizionario. Considerando il grandissimo numero di clan e gruppi nomadi, chissà quante sfumature linguistiche, diverse da quelle riportate dalla Hill si saranno potute vedere all’epoca.
Ho provato anche a leggere qualcosa di letteratura Hopi e un libro (che non trovo più dopo tre traslochi) di una scrittrice chippewa mi pare. Ma con tutti i romanzi stesso concetto: un piede d’appoggio fantastico alla new age e nessuna contestualizzazione. Forse era ciò che richiedeva il mercato letterario americano negli anni 90.
Sarei curiosa invece di chiederti, anche perchè abbandonai le ricerche appunto alla fine degli anni 90, qualche link, qualche libro qualche spunto sulla cultura dei nativi, odierna e passata, che sia appunto più documentativa che narrativa.