Susan Sontag

Ok, questa volta sarò buona, risparmio la recensione dell’intero libro per soffermarmi su di un unico capitolo il cui titolo mi ha colpita fin dall’indice.

Fa parte della raccolta “On photography”, di Susan Sontag (scrittrice e regista americana), edita da Einaudi.

Quasi tutti i saggi della raccolta sono mirati a riflettere e far riflettere sul significato e sulla posizione della “fotografia” rispetto alle arti moderne, rispetto soprattutto al diffondersi incontrollato dell’uso degli apparecchi digitali per la registrazione delle immagini.

Tutto il libro è  un incontro con gli esordi della fotografia, con il suo eterno antagonismo con la pittura e un vero e proprio viaggio nella fotografia americana, attraverso parallelismi tra i suoi principali attori.

Ma il saggio “Eroismo della visione” non è solo questo.

Riflettendo su come la fotografia sia nata come registrazione della realtà, ponendosi alla stregua della pittura, costringendo quest’ultima a trovare nuovi stimoli creativi, si nota che furono ben chiare fin dall’inizio due caratteristiche chiave anche di questo aspetto documentativo della fotografia.

Il primo fu la necessità di fare sensazione attraverso l’esaltazione di un particolare aspetto della realtà, che spesso era quella che destava sentimenti di solidarietà sociale, che faceva sentire i distaccati fotografi dei buoni samaritani in un mondo a loro sconosciuto,

“ La miseria sociale ha dato ai benestanti lo stimolo a fare fotografie, che è il più garbato degli atti predatori, al fine di documentare una realtà nascosta, vale a dire una realtà nascosta a loro”.

Di conseguenza la prospettiva di chi cattura uno scorcio di realtà è quella sicuramente illuminante di chi rivela un significato nascosto nelle cose, di chi elabora nuovi livelli di conoscenza.

Una sorta di surrealismo.

Viene da sé che fu presto chiaro che il fotografo non cattura la realtà, ma la interpreta.

“Da quando sono state inventate le macchine fotografiche, esiste nel mondo un particolare eroismo: l’eroismo della visione. La fotografia ha aperto una nuova forma di libera attività, dando modo a ciascuno di manifestare la propria avida sensibilità personale.”

Al di là della ricerca surrealistica, dunque, della necessità di porre qualsiasi realtà a livello artisticamente rivelatorio, dopo i primi decenni di fotografia, fu quindi assolutamente lampante che non solo il fotografo, e il suo mezzo, potevano mentire, ma che anche la stessa realtà non appariva la stessa se fotografata da persone diverse.

Se vogliamo è anche questa una piccola rivincita dell’arte sulla fotografia: se il fotografo interpreta una realtà, non la ritrae semplicemente, in un certo senso segue un istinto creativo che gli viene da dentro.

“Il fatto che molti fotografi professionisti affermino di fare ben altro che una mera registrazione della realtà è il più evidente indice dell’influenza che la pittura a sua volta ha avuto sulla fotografia”.

Ecco il concetto di eroismo che mi ha colpita.

La fotografia cerca di distaccarsi dalla pittura tuttavia affermando il proprio ruolo interpretativo, non meramente documentativo. E’ proprio questo che tuttavia costringe il fotografo all’eroismo: se è l’interpretazione della realtà che fa la differenza, chi la crea diviene il vero protagonista delle proprie foto.

Ma la fotografia, paradossalmente, è più limitate della pittura e di molte altre arti nell’interpretazione: è sempre legata alla vista,  che si può ingannare, si può circoscrivere, ma non evitare.

“Per i fotografi non c’è differenza e neanche un vantaggio estetico, tra lo sforzo di abbellire il mondo e quello di rubargli la maschera”.

Quindi il fotografo ha bisogno, secondo la Sontang, di innovazioni che vadano anche sul piano tecnico per esprimersi al meglio.

La mia continua mancanza di obiettività dunque non è poi così da biasimare.

E’ più forte di me, quando scatto delle foto, di qualunque tipo, devo sentirle, sennò escono delle schifezze.

E’ il cosiddetto eroismo della Sontag o semplicemente un egoismo insito in chi, stando di qua dal mirino, ha bisogno di imprimere in maniera indelebile un proprio segno, un’impronta, sulla realtà dalla quale è escluso? La necessità di incidere un messaggio in una comunicazione che non parla di lui?

O forse veramente fermando un momento, un messaggio, dando voce a qualcuno attraverso l’immagine che registriamo, in un qualche modo la imprimiamo dentro di noi e ci sentiamo più ricchi, in maniera “avidamente sensibile”, sì, proprio come dice la Sontag.